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Gli "hastag" nostalgici di Corbetta

In mostra a Como gli scatti sulla quotidianità di un maestro della fotografia

Gli "hastag" nostalgici di Corbetta
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Nella penombra raccolta della Libreria Plinio il Vecchio, tra scaffali che custodiscono la memoria della parola scritta, la fotografia di Francesco Corbetta si impone con una forza silenziosa e insieme perturbante. La mostra, dall’emblematico titolo di “#hashtag” (fino al 9 maggio) non è soltanto un’esposizione: è un dispositivo critico che interroga lo sguardo contemporaneo, assuefatto alla bulimia visiva dei social. Corbetta parte da un’intuizione tanto evidente quanto raramente messa a fuoco: l’hashtag, nato per orientare nel caos digitale, ha finito per generare un’estetica della ripetizione, una grammatica visiva standardizzata che anestetizza la percezione.

Il suo gesto artistico consiste allora in un cortocircuito: sottrarre quelle immagini — cibo, selfie, oggetti di consumo — alla volatilità dello schermo e restituirle alla concretezza della stampa fotografica, replicandone ossessivamente la presenza. Ne deriva una parodia colta e consapevole, che non si limita a imitare il linguaggio dei social, ma lo esaspera fino a rivelarne la natura automatica. È qui che emerge la poetica di Corbetta, nutrita da una formazione che affonda le radici nella grande tradizione fotografica italiana — dall’incontro con Franco Fontana fino alle collaborazioni con Maurizio Galimberti e Antonio Guccione. Se Fontana gli ha insegnato a “infrangere le regole” e a reinventare l’immagine, #hashtag rappresenta l’esito maturo di quella lezione: un progetto che fonde rigore tecnico e tensione concettuale, bellezza formale e riflessione critica. L’allestimento insiste su una luce fredda, neutra, quasi clinica.

Corbetta

Gli oggetti — isolati, replicati, svuotati di ogni contesto narrativo — diventano presenze assolute, icone di una quotidianità tanto familiare quanto invisibile. La ripetizione non è mero esercizio stilistico, ma strategia percettiva: lo spettatore, inizialmente sedotto dalla riconoscibilità del soggetto, viene progressivamente condotto verso una soglia di saturazione che lo costringe a vedere davvero. Non più scorrere, ma sostare. Il riferimento teorico a Horror pleni di Gillo Dorfles appare qui più che mai pertinente. Se già alla fine del Novecento Dorfles denunciava l’eccesso di segnali visivi, Corbetta ne registra oggi l’esasperazione estrema: un “eccesso di successo” dell’immagine che non produce più stupore, ma indifferenza. Eppure, nel cuore di questa critica, si annida un elemento inatteso: una forma di cura. Nella pazienza con cui l’artista riproduce il banale, nella meticolosità dello scatto, si avverte una sorta di rispetto per l’ordinario, una delicatezza quasi pittorica che richiama, per analogia, la tradizione delle nature morte. Ed è proprio in questa ambivalenza — tra denuncia e contemplazione, tra ironia e devozione — che #hashtag trova la sua profondità.

Corbetta non si limita a smascherare i meccanismi dell’immagine contemporanea, ma suggerisce una possibile via di redenzione dello sguardo: recuperare attenzione, restituire peso al vedere. In un momento storico in cui la fotografia sta acquisendo un ruolo sempre più centrale nel collezionismo d’arte, mostre come questa contribuiscono a ridefinirne lo statuto. Non più semplice medium riproduttivo, ma linguaggio autonomo, capace di coniugare accessibilità e complessità teorica. La fotografia, oggi, è terreno di investimento culturale oltre che economico: le sue tirature, la qualità tecnica, la riconoscibilità autoriale ne fanno un ambito sempre più appetibile per collezionisti e istituzioni.

Corbetta si inserisce con lucidità in questo scenario, offrendo un lavoro che dialoga tanto con il presente quanto con la storia dell’immagine. #hashtag è, in definitiva, una mostra che chiede tempo — e proprio per questo risulta necessaria. Perché, nel frastuono visivo che ci circonda, l’atto più radicale resta ancora quello di fermarsi a guardare.

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