Il genocidio armeno costituisce uno dei grandi rimossi dell'identità europea. Il Metz Yeghérn, il Grande Male, consumatosi fra il 1915 e il 1921, e finalizzato all'annientamento della popolazione armena (cristiana), è stato definito il peccato originale del Novecento. Da allora fino ai nostri giorni, la Repubblica di Turchia, erede diretta dell'Impero ottomano, ha negato spesso fino al paradosso persino che il genocidio fosse mai avvenuto.
Questo vero e proprio scandalo, e la storia dell'immane tragedia del genocidio, vengono raccontati da Vittorio Robiati Bendaud nel libro Non ti scordar di me. Storia e oblio del Genocidio Armeno. Nel saggio introduttivo, Paolo Mieli scrive: «Se ci si vuole inoltrare nel fitto bosco dei genocidi del Novecento, suggerisce opportunamente Vittorio Robiati Bendaud in questo libro, si deve partire da quello armeno. E poi risalire indietro nel tempo. Perché tutti i genocidi, Shoah compresa, vengono da lontano. Per poi essere successivamente tutti rimossi. Negati. E potersi cosi riproporre dopo qualche anno sotto nuove spoglie. A dispetto di chi, in buona o malafede, ha giurato sulla formula del mai più. Il Genocidio Armeno, sostiene Robiati Bendaud, una volta conclusasi la carneficina è rimasto attivo tramite il negazionismo che l'ha accompagnato e ancora oggi l'accompagna. Negazionismo che è, a sua volta, parte costitutiva, anzi essenziale del processo genocidario. Tale negazionismo genocida ha permesso, ai nostri giorni, il riattivarsi di politiche belliche contro gli armeni. Il disinteresse occidentale nei riguardi degli armeni, sostiene Robiati Bendaud, è omicida verso il popolo in questione, come centodieci anni fa. Ed è suicidario per l'Occidente, ossia per le società liberal democratiche, eredi della tradizione ebraico-cristiana, che consiste nel riconoscimento e nell'affermazione dei diritti umani individuali nonché nel rifiuto del genocidio in sé».
In questo libro, quindi, Robiati Bendaud spiega come l'oblio a cui è stato destinato il genocidio armeno non è un semplice effetto della distanza storica, bensì il risultato di una costruzione politica e culturale, funzionale a impedire il riconoscimento delle responsabilità. L'autore racconta le radici profonde della persecuzione contro gli armeni, inserendola nel contesto dell'Impero ottomano e delle sue strutture sociali e religiose; spiega il progressivo deterioramento della condizione armena, fino alle violenze di fine Ottocento e all'esplosione genocidaria durante la Prima guerra mondiale. E mostra in maniera inequivocabile quello che diviene uno sterminio sistematico: deportazioni, marce della morte, eliminazione delle élite e distruzione di un intero tessuto culturale. Il mancato riconoscimento del genocidio viene interpretato da Robiati Bendaud come un fallimento morale dell'Occidente e, al tempo stesso, come un pericolo per le società democratiche, incapaci di difendere coerentemente i principi che dichiarano di sostenere. Un elemento centrale del saggio è il confronto implicito con altri genocidi, in particolare con la Shoah.
Senza negarne le unicità, perché ognuna di queste tragedie colossali è un caso a sé, l'autore evidenzia legami storici e culturali tra le diverse forme di sterminio, sottolineando come l'oblio del caso armeno abbia contribuito a creare le condizioni per le catastrofi successive. La memoria, infatti, per Robiati Bendaud, non deve essere una celebrazione rituale, ma uno strumento critico per comprendere il presente e impedire il ripetersi della violenza.