Si può essere provocatori senza facili polemiche politiche o artistiche. La relazione col sacro, al centro dei 42 teleri delle
Alchimiste, così come altre opere di Kiefer, è l’equivalente di un ceffone alle nostre coscienze addormentate dalla volgarità del nichilismo prêt-à-porter, una roba poco impegnativa, tutto è uguale a tutto, e quindi non significa nulla, procediamo tranquilli dove ci portano lo shopping e il culto della tecnica. L’alchimia è una Grande opera, che va dalla putrefazione alla rinascita, dall’oscurità alla luce, dalla materia allo spirito, dal piombo all’oro. Ed è proprio questo che propone il percorso a Palazzo Reale. Nella sala delle Cariatidi assistiamo alla trasformazione, mediata dalla «scienziata» e madre, che porta al trionfo dorato della sala attigua. Tra i materiali utilizzati da Kiefer spiccano proprio i metalli e la cenere. La pietra filosofale, raffinata nel vas (il crogiolo) dell’alchimista, ha fatto il suo dovere. Nulla si perde, tutto rinasce, dopo essere passato attraverso la decomposizione. Ma la Grande opera è anche un’impresa spirituale che rispecchia il ciclo della vita. L’alchimista lavora su se stesso e il premio è l’ascesi spirituale. Il catalogo della mostra propone un saggio interessante di Gabriele Guercio: quanto c’è di cristiano in Kiefer? Tanto e poco assieme, verrebbe da rispondere. La figura di Maria è indubbiamente centrale nelle Alchimiste come altrove, ma Kiefer attribuisce forse maggiore importanza all’ebraismo (e alla cabala) e alle religioni orientali. Altro si può trovare in questa mostra: il tema della trasmissione del sapere, espresso dai famosi libri metallici di Kiefer.
La rimozione delle prime «scienziate». I richiami, che non si direbbero affatto casuali, al mondo esoterico di Gustav Klimt. Siamo lontani dal circo dell’arte politica o concettuale o pop. Le Alchimiste è una grande opera.