Ascesa e tragedia di Capote, simbolo di genio e glamour

In «Infamous» Toby Jones interpreta il giornalista, Sandra Bullock è una scrittrice amica di Truman. Nel cast anche Daniel Craig, il futuro James Bond

Stenio Solinas

nostro inviato a Venezia

La foto che Henri Cartier Bresson fece a un Truman Capote poco più che ventenne e appena divenuto famoso con Altre voci, altre stanze, è quella di un ragazzo bello di una bellezza inquietante, un corpo minuto e asciutto, i capelli biondi e un po' lunghi, uno sguardo appannato più che torbido, diretto eppure sfuggente. Semi sdraiato su una panca da giardino, circondato da piante in un'afosa giornata del sud degli Stati Uniti, dà l'idea di quei fiori d'estate splendidi e delicati che il caldo farà appassire dopo aver regalato loro un effimero trionfo. Nel giro di pochi anni anche il corpo di Capote si disfece, la languida bellezza si fece putrida, un che di marcio lo avvolse, lo inebriò e lo perse.
Infamous, il film di Douglas McGrath presentato ieri nella sezione «Orizzonti», racconta proprio la china fatale dell'esaltazione prima, della dannazione poi, il passaggio dal Famous a cui nessuno sa dire di no, perché è spiritoso, intelligentissimo, mordace, ma capace di ascoltare e di consolare, all'Infamous da bandire dalla società e dalla mondanità perché inaffidabile, crudele e vendicativo, spregiatore di chi l'ha coccolato e ammirato.
A un quarto di secolo dalla morte, la morte triste e solitaria di chi era divenuto un ricettacolo di alcol e di pillole, insonnie e depressioni, manie di persecuzione e angosce da pagina bianca, il prepotente ritorno alla ribalta del personaggio Capote, due film sulla sua vita in un anno, questo e il precedente, Capote, appunto, con cui Philip Seymour Hoffman ha vinto l'Oscar per la migliore interpretazione maschile, biografie, saggi critici, epistolari e inediti, è un segno dei tempi. La società degli anni Cinquanta-Sessanta che lo vide protagonista fu l'ultima in cui glamour e genio, arte e ricchezza, pettegolezzo e intrattenimento, eccessi e rigori avessero ancora la logica e l'illusione degli happy few, dei pochi felici, prima che la volgarità di massa, e la ricchezza di massa, sommergessero tutto e tutto appiattissero, prima che la ideologizzazione della politica rendesse tutto irrespirabile. Fra il party con cui alla fine di quegli anni Capote festeggerà il successo di A sangue freddo, il libro che lo consacrerà e però lo dannerà, e quello che nei Settanta vede Leonard Bernstein intrattenere in salotto, fra camerieri in guanti bianchi, caviale e champagne, «pantere nere», militanti dei diritti civili, leader della contestazione studentesca, si racchiude la fine di un mondo, di un'epoca, di un modo d'essere.
Interpretato in maniera mirabile non solo da Toby Jones nella parte dello scrittore, ma da un convincente Daniele Craig (il prossimo James Bond in Casinò Royal) nel ruolo del pluriomicida Perry Smith e da una sobria Sandra Bullock in quello di Nelle Harper Lee, l'autrice del Buio oltre la siepe, amica d'infanzia di Truman, Infamous racconta la discesa agli inferi di uno scrittore mondano che dai quartieri alti di New York si trasferisce in Alabama per raccontare il massacro di una famiglia di agricoltori e la psicologia dei loro massacratori. Ne uscirà un libro unico e devastante, emblema di quello che sarà poi chiamato new journalism, ma alla fine a salire sul patibolo non saranno solo i due assassini: in Perry Smith, infatti, Capote rivedrà sé stesso, bambino prima e poi ragazzo infelice, una madre suicida, un padre detestato e tirannico, un'infanzia e una giovinezza da artista solitario e incompreso, il desiderio di essere, a tutti i costi, famoso. «Per tutta la vita ho desiderato creare un'opera d'arte» gli dirà Perry in carcere: «Cantavo, nessuno ascoltava. Dipingevo, nessuno guardava. Ora ho ucciso quattro persone e il risultato? Un'opera d'arte...». La morte del suo alter ego a cui la vita non ha concesso la chance che lui invece ha avuto, una morte temuta eppure desiderata, perché senza di essa il libro non può essere pubblicato, segnerà il suo trionfo e la sua tomba di scrittore. Il bel mondo gli apparirà come una caricatura feroce dell'esistenza, l'idea di raccontarlo in modo impietoso gli varrà il bando da quella società per anni agognata, per anni dominata. Ma, e forse soprattutto, da quell'esperienza Capote uscirà come prosciugato, incapace di creare di nuovo. «Scrivere è sempre stata per me una forma di ossessione. Era come se fossi un'ostrica e qualcuno facesse entrare a forza un granello di sabbia nella mia conchiglia. Poi intorno al granello iniziava a formarsi una perla e questo mi irritava, mi rendeva furioso, talvolta mi torturava. Ma l'ostrica non può fare a meno di essere ossessionata dalla perla». Da allora, ci fu solo sabbia nella conchiglia.
Ricostruito alla perfezione nei dettagli d'epoca, quadri, mobili, vestiti, nei tic e nelle manie, Infamous riporta sulla scena lo stile indimenticabile di Capote, la camminata ancheggiante e però regale, il miagolìo di una voce che graffiava, l'eccentricità degli abiti e degli atteggiamenti. Inglese, Toby Jones indossa con naturalezza gli abiti e il tono di uno che sognava di essere un gentiluomo del sud e aveva un debole per le teste coronate. L'humour britannico ha fatto il resto. «Cosa ha provato nel girare la scena d'amore fra lei e Daniele Craig?» gli viene chiesto. «Per un eterosessuale non è male essere il primo uomo che abbia baciato James Bond» è la risposta. Eterosessualità a parte, Capote l'avrebbe fatta sua.