Che belli i diciassette oggetti che durano nel tempo! E che angoscia

Il consumismo viene rivendicato contro il culto degli oggetti indistruttibili: non è lo spreco a spaventare, ma la resistenza delle cose che sopravvivono alle persone e ai loro cambiamenti

Che belli i diciassette oggetti che durano nel tempo! E che angoscia
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Io sono sempre stato un consumista, un filo consumista, anche se in Italia il consumismo è sempre stato disprezzato da qualsiasi parte, persino la parola “consumismo” sembra un insulto, perfino mia mamma mi ha sempre detto “che consumista che sei!”. Se dovessi fondare un partito lo chiamerei Rifondazione Consumista, non per difendere il Black Friday o le file davanti all’Apple Store (che purtroppo non ci sono più, quanto le rimpiango), piuttosto per rivendicare l’idea che non c’è nulla di scandaloso nel volere oggetti, perché la vita è questo: accumulare e consumarsi insieme a loro.

Vi dico questo perché oggi, sfogliando il Guardian, mi sono imbattuto in un articolo che celebrava i regali che resistono, gli oggetti che durano una vita, anzi più di una. C’è la padella Le Creuset del 1970, regalo di nozze che funziona ancora dopo cinquant’anni di stufati (mentre il matrimonio per cui era stata donata, come c’era da aspettarsi, si è già dissolto). C’è una t-shirt marinara Armor-Lux ricevuta nel ’95, lavata centinaia di volte e ancora indossata come se il tempo fosse rimasto appeso all’etichetta.

C’è un trenino di legno Brio che ha intrattenuto bambini oggi quarantenni e che adesso aspetta i nipoti, immacolato, pronto a continuare la sua linea dinastica, e c’è pure un ombrello Duckhead regalato all’università, vent’anni fa, che non si è mai perso e non si è mai piegato sotto la pioggia, fedele come pochi esseri umani.

E ancora: una lima per unghie di vetro infilata nello stesso borsone da trent’anni, più durevole delle unghie che lima, e una macchina da cucire Elna Lotus che da più di mezzo secolo produce vestiti e tende e regali per case diverse e generazioni diverse e ancora pronta a cucire quando chi la usa non ha più nulla da produrre. Ci sono ceramiche fatte a mano che hanno resistito a traslochi e cadute, e un set di tazzine per bambini che ha attraversato bagni e cucine senza mai sbriciolarsi, e anche un misurino d’acciaio del 1974 che continua a dosare mentre chi lo regalò non c’è più, e chi lo ricevette non è nemmeno più sposato con chi glielo regalò.

Il tono del Guardian è edificante, un inno alla durevolezza, alla nobiltà degli oggetti che resistono, una piccola religione del non buttare, del compra una volta e ti durerà per sempre. Commovente… commovente? Insomma. Più lo leggevo, più mi convincevo della mia tesi: se il consumismo è angosciante, il culto dell’indistruttibile lo è ancora di più. Perché questi oggetti restano sempre uguali mentre tu ti deformi, invecchi, ti pieghi. La padella sopravvive al matrimonio, l’ombrello resta integro mentre chi lo portava si consuma, la macchina da cucire continua a cucire quando chi la usava non cuce più niente, la maglietta marinara è ancora lì mentre il corpo dentro è cambiato, oppure sono tutti morti. La stessa angoscia che mi prende quando guardo un oggetto antico, un quadro antico, qualsiasi cosa di antico.

Insomma, alla fine stavo pensando di prendermi l’iPhone 17 Pro, anche se mi sembra identico al mio iPhone 16 Pro, però è 17, è nuovo. Alla fine per me la vera tragedia non è che le cose si rompano, al contrario che resistano, che resistano troppo, come la poltrona del mio amato papà, quando vado a trovare mia mamma, quella poltrona che ha ancora la sua impronta sopra e che se potesse parlare ti direbbe: “Hai visto, io ci sono ancora, e ci sarò ancora dopo di voi”.

Mamma non la butta, come non butta niente di mio papà, perché vive nel suo ricordo, a me i ricordi devastano, e così gli oggetti che sopravvivono, che ti sopravvivano, sempre uguali, immobili, mentre sei tu l’unico a consumarti e sparire. Vi saluto, vado alla Apple.

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