Non posso esimermi dal commentare ciò che sta accadendo in questi giorni. Tra Milano e Roma si susseguono notizie che, prese singolarmente, sono gravi. Sommate insieme, rischiano di diventare pericolose. Pericolose non soltanto per chi è indagato, ma per la fiducia collettiva nelle forze dell'ordine. A Milano un poliziotto è stato arrestato con l'accusa di aver ucciso volontariamente uno spacciatore nel bosco di Rogoredo, simulando la legittima difesa. A Roma, alla stazione Termini, un'inchiesta coinvolge 21 appartenenti alle forze dell'ordine, 12 carabinieri e 9 poliziotti, accusati di furti sistematici in concorso con una dipendente di un negozio. Non sono voci. Non sono illazioni. Sono atti giudiziari. E qui bisogna essere netti: chi indossa una divisa non può permettersi nemmeno l'ombra del sospetto. Proprio perché difendiamo ogni giorno poliziotti e carabinieri dagli attacchi ideologici, dalle aggressioni in piazza, dalla retorica anti-forze dell'ordine, dobbiamo pretendere da loro un rigore assoluto. Non doppio standard. Non indulgenza corporativa. Se un cittadino comune ruba, è un reato. Se ruba chi è chiamato a reprimere il reato, è una ferita istituzionale.
Il punto non è criminalizzare un corpo intero. Il punto è evitare che pochi compromettano l'onore di migliaia. Ogni anno centinaia di agenti vengono feriti durante le manifestazioni. Ogni anno uomini in divisa muoiono in servizio. Sono bersaglio di violenze, insulti, campagne d'odio. Sono spesso lasciati soli quando devono fronteggiare criminalità, degrado, terrorismo urbano. Non possiamo consentire che le mele marce diventino l'alibi di chi odia lo Stato. Ma non possiamo nemmeno chiudere gli occhi. La fiducia è un bene fragile. Si costruisce in decenni. Si incrina in pochi giorni. Ed è questo il rischio che stiamo vivendo: una crisi di fiducia che va tamponata subito. Non con la propaganda, ma con la trasparenza. Non con la difesa a prescindere, ma con la pulizia interna. Chi sbaglia deve pagare. Senza sconti. Senza protezioni. Proprio per difendere l'istituzione.
Quanto agli stipendi: è noto che gli uomini e le donne in divisa non navigano nell'oro. Gli aumenti varati dal governo sono un passo, ma probabilmente non sufficiente. Chi rischia la vita per lo Stato merita una retribuzione adeguata e un riconoscimento concreto.
Attenzione però: la povertà non è una giustificazione morale. Ci sono persone benestanti che delinquono e persone umili che restano integerrime per tutta la vita. Il crimine non è una questione di busta paga. È una questione di coscienza.
Proprio per questo la divisa deve rappresentare qualcosa di più di un lavoro: deve essere una responsabilità superiore.
Lo ripeto: non è il momento della demonizzazione generalizzata. È il momento della fermezza.
Perché, se la fiducia crolla, non crolla un reparto. Crolla un presidio dello Stato. E senza fiducia nelle forze dell'ordine, lo Stato arretra. E quando arretra lo Stato, avanza il disordine. Questo non possiamo permetterlo.