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Ci sono giornali che non amano i fatti

Una parte dell'informazione italiana ha smesso da tempo di raccontare i fatti per quello che sono e ha scelto di militare

Ci sono giornali che non amano i fatti
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Caro Direttore Vittorio Feltri,
dopo l'assalto al quotidiano torinese La Stampa, accaduto nel novembre scorso da parte di un centinaio di manifestanti all'interno della redazione centrale, ho voluto vedere il film Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio con Gian Maria Volonté.
Anche nella pellicola del 1972, restaurato in 4k, i vetri delle finestre di una redazione vengono spezzati da lanci di molotov. A parte questa similitudine, il quotidiano in questione è in realtà un giornale di lettori borghesi di destra o centrodestra moderata.
Sullo sfondo grandi manifestazioni politiche e lo scontro ideologico, oggi meno evidente ma non assopito del tutto (guardiamo cosa è accaduto a Torino l'altra sera), tra comunisti e fascisti. Mi ha colpito una frase proferita dal redattore capo Bizanti (Volonté): «Il giornalista non dev'essere un osservatore imparziale, ma un protagonista. Siamo in guerra: la lotta di classe la facciamo anche noi, non l'hanno inventata Marx e Lenin».
Lei trova qualche similitudine (stretti legami fra stampa, politica, imprenditoria e forze dell'ordine; manipolazione dell'informazione pubblica) tra i media di quegli anni di piombo e quelli di oggi?

Stefano Masino
Asti

Caro Stefano,
la risposta al tuo quesito è semplice e, proprio per questo, scomoda: sì, quella complicità esiste. Eccome se esiste! È sotto gli occhi di tutti, ogni giorno, senza più neppure il pudore di nascondersi. È addirittura sfacciata. Una parte dell'informazione italiana ha smesso da tempo di raccontare i fatti per quello che sono e ha scelto di militare. Non di interpretare, non di analizzare, ma di schierarsi. E, quando l'informazione smette di osservare e inizia a tifare, il risultato non è il pluralismo, bensì la menzogna organizzata. Lo stiamo vedendo in questi giorni, dopo i fatti gravissimi di Torino. Violenza contro le forze dell'ordine, aggressioni, martellate, incendi, atti di vandalismo. Eppure, invece di una condanna chiara e unanime, assistiamo a uno spettacolo indegno: minimizzare, giustificare, relativizzare. Il martello diventa martelletto. L'aggressione diventa tensione. Il branco diventa contesto. Come se la misura dell'arma potesse cambiare la natura del gesto. Come se colpire un poliziotto fosse meno grave a seconda dello spessore dell'oggetto usato. È un trucco vecchio, ma sempre efficace: spostare la colpa.

Non sono violenti quelli che colpiscono, incendiano, assaltano. I violenti diventano quelli che cercano di impedire il caos. Il poliziotto, da servitore dello Stato, viene trasformato nel colpevole perfetto. Il criminale, nella vittima, meritevole di comprensione e solidarietà. Emblematico il titolo de Il Manifesto: Fuori i violenti, con la foto della polizia. Una sintesi perfetta di questa perversione morale: chi difende la legge è il problema, chi la calpesta è il giustificato. Questa non è più critica. Non è più opinione. È delegittimazione sistematica dello Stato. Ed è gravissima, perché quando i media si mettono a fare da avvocati d'ufficio ai violenti, quando spiegano, assolvono, comprendono sempre chi aggredisce e mai chi viene aggredito, il messaggio che passa è uno solo: il rispetto della legge è opzionale. Il paradosso finale, poi, è l'ipocrisia. Tutto questo viene fatto in nome dei valori costituzionali, della democrazia, della libertà. Ma non c'è nulla di democratico nell'assoluzione morale di chi adopera la violenza politica. Non c'è nulla di liberale nel criminalizzare chi indossa una divisa. Non c'è nulla di costituzionale nel distruggere l'autorità dello Stato mentre si pretende di difenderlo.

Quando l'informazione

appoggia chi delinque, quando protegge chi attacca le istituzioni, quando trasforma i terroristi di piazza in ragazzi fraintesi, non sta più informando. Sta sabotando.

E questo, sì, è un segno gravissimo dei nostri tempi.

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