Si racconta che durante la Seconda Guerra Mondiale una grande statua di Gesù fu gravemente danneggiata in un bombardamento. Riuscirono a restaurarla, tranne le mani. Alcuni suggerirono che si facessero delle mani nuove, prevalse invece l'idea di lasciarla com'era, a ricordo della tragedia bellica. Il Cristo rimase così senza mani. Il parroco però aggiunse sul basamento una targa: «Voi siete le mie mani». Inizia oggi, con la Domenica delle Palme, la settimana santa nella quale si rivivono gli ultimi giorni della vita di Gesù: oggi l'ingresso festoso in Gerusalemme, giovedì il ricordo dell'ultima cena, venerdì la memoria della morte in croce, sabato il silenzio dell'attesa dell'alba di vita nuova, sabato notte l'annuncio della risurrezione nella veglia pasquale, domenica la celebrazione della pasqua e lunedì il ricordo degli angeli che annunciano la speranza. In questi giorni noi preti abitiamo di più il confessionale per essere la mano tesa di Dio che accoglie e assolve.
C'è però una deformazione clericale: illudersi che le mani di Dio siamo solo noi. Il cartello diceva «voi siete le mie mani», voi tutti e non voi preti! Quante situazioni nella semplice e apparentemente scontata quotidianità di ciascuno sono in realtà mani prestate a Dio. Una chiave di lettura interessante la trovo guardando il Crocifisso. Sono convinto che sia un ragionamento che vale sia per chi lo contempla da credente, sia per chi lo scruta da ateo o agnostico o laico in ricerca, sia da chi lo intravvede da indifferente. Di fatto, Gesù ci lascia la pelle. Muore. Se a Dio per amarci è costata la pelle vuol dire che per lui siamo davvero importanti. Però, dire «ci lascia la pelle» ha anche un altro significato, cioè le stesse parole possono essere lette in un altro modo: è pure «lascia a noi («ci lascia») la nostra pelle». Due facce della stessa medaglia, per me. Gesù ci lascia la pelle - sua e nostra - facendoci pensare che la pelle è l'organo più grande del corpo umano (2 mq). Quanto è bello quando pelle incontra pelle in un abbraccio o in una carezza. Quanto è brutto invece quando la pelle è sporca o è segnata da ferite o deve assorbire i lividi. La pelle è fatta per essere accarezzata, baciata, abbracciata, sfiorata... mai picchiata, bastonata, accoltellata.
Gesù ci lascia la pelle - sua e nostra - facendoci pensare quanto sia necessario curare la pelle, perché custodisce i segreti della vita: la pelle delicata dei neonati pian piano si irruvidisce e si indurisce per esperienze, delusioni, fatiche. Tutte le pagine del Vangelo e ancor più quelle della passione mostrano che l'importante non è essere perfetti, ma autentici. Gesù ci lascia la pelle - sua e nostra - facendoci pensare che la pelle è come l'alfabeto braille dei non vedenti, c'è scritta tutta la nostra storia che si può leggere solo col tatto: le rughe sono righe su cui scrivere scelte, valori, errori; le borse sotto gli occhi sono casseforti di lacrime segrete; i calli sono ricerca ostinata di bene per sé e per gli altri; le cicatrici sono le medaglie delle anime più forti. Gesù ci lascia la pelle - sua e nostra - facendoci pensare quanto sia necessario essere comprensivi. Se si mangia troppo, la pelle della pancia si allarga, ma non si strappa, perché sa che non si può resistere
alle tentazioni. Oppure la pelle d'oca dà risonanza alle emozioni. Invece si tende a vendere cara la pelle e al posto di diventare amici per la pelle, abbiamo sempre i nervi a fior di pelle. Gesù ci lascia la pelle - sua e nostra - facendoci pensare che la pelle cerca sempre di cicatrizzarsi e di rigenerarsi. Gesù ci lascia la pelle - sua e nostra - facendoci pensare quante volte la testa non sa ancora quello che si sente a pelle. Invece che farsi trascinare in basso dai pensieri della mente, sarebbe utile lasciarsi portare in alto dalle sensazioni a pelle. Gesù ci lascia la pelle - sua e nostra - facendoci pensare che la pelle ci consegna la nostra identità preziosa, irripetibile, con le sue caratteristiche di colore, odore, rugosità. Lo dimostrano elementi unici come le impronte digitali. Gesù ci lascia la pelle - sua e nostra - facendoci pensare ad uno stile relazionale di qualità da cui imparare molto: la pelle è permeabile dall'interno verso l'esterno per consentire a quanto c'è dentro di uscire (es. la sudorazione) ma è impermeabile dall'esterno verso l'interno per impedire l'accesso alla qualunque. Si difende, si tutela.
Credenti o laici, tutti abbiamo bisogno di imparare a stare bene ciascuno nella propria pelle, ad affrontare e accettare chi o cosa a pelle non piace e soprattutto a non stare più nella pelle dalla voglia di una primavera di vita nuova.