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I processi mediatici sono una barbarie

Cambiano i nomi, cambiano le facce, ma il meccanismo resta sempre lo stesso: si individua un bersaglio, lo si isola, lo si espone alla gogna, lo si consegna alle folle

I processi mediatici sono una barbarie

Caro Direttore Vittorio Feltri,
prima di porle una domanda, mi permetta di farle un complimento, spero gradito. Lei, con le riflessioni che fa nella sua «stanza», mi riferisco in particolare a quella dove chiede di non confondere la Giustizia con l'ira, sta scrivendo delle pagine profonde e bellissime, forse tra le migliori della sua lunga carriera di giornalista alla Montanelli. Veniamo al punto. Non so se ricorda di quella giovane ucraina adottata da una famiglia italiana che era scomparsa a Nardò. A un certo punto, creduto colpevole un suo amico (prima come sequestratore, poi addirittura assassino), che forse nutriva verso la bella ragazza delle speranze, si raduna sotto casa sua una folla inferocita di manzoniana memoria, che urla e minaccia di picchiarlo. Appunto quello che Lei ha invocato di non fare. Fatto sta che, dopo la smentita del Corriere della sera che aveva dato in un primo momento per morta la ragazza, il colonnello dei carabinieri che segue le indagini, esce dalla casa del giovane per placare gli animi. Si verrà a sapere che l'allontanamento era volontario. Non oso immaginare cosa sarebbe accaduto se la storia avesse avuto un epilogo classico di femminicidio. Concludo questa riflessione dicendo che i processi, almeno secondo l'attuale legislazione, devono essere celebrati in tribunale. Certo, nei tribunali i tempi non sono rapidi come nei talk show, ma per un semplice motivo. Nelle aule di giustizia, prima di giungere a sentenza, si svolgono dibattimenti, perizie, interrogatori e gradi di giudizio. Per fare questo, a regola d'arte e di codice, occorrono tempi; e spesso sono proprio gli avvocati a ritardare i tempi per tutta una serie di questioni. Bene fanno quei presentatori televisivi, come Gianluigi Nuzzi (Quarto grado) e Giuseppe Brindisi (Zona bianca), ad anteporre il dibattito nei loro talk show dicendo: «Qui non celebriamo processi, ma cerchiamo la verità». I processi istantanei celebrati in tv e nei social non possono che portare a tragedie come quella dei genitori dell'assassino trovati impiccati.

Stefano Masino
Asti

Caro Stefano,
sì, ricordo benissimo il caso a cui fai riferimento, e ricordo anche il clima che si creò attorno a quella scomparsa: un clima torbido, isterico, assetato di colpevoli prima ancora che di verità. Un copione che conosco fin troppo bene, perché l'ho visto recitare decine di volte in oltre mezzo secolo di giornalismo. Cambiano i nomi, cambiano le facce, ma il meccanismo resta sempre lo stesso: si individua un bersaglio, lo si isola, lo si espone alla gogna, lo si consegna alle folle. In quel caso il bersaglio fu un giovane uomo, pacato e riservato, che aveva avuto una unica colpa: accogliere una ragazza adulta, capace di intendere e di volere, che si era allontanata volontariamente da casa e che gli aveva chiesto ospitalità e segretezza. Non c'erano prove, non c'erano indizi seri, non c'era nulla che giustificasse l'ombra del sequestro, figurarsi dell'omicidio. Eppure, per giorni, settimane, quell'uomo è stato raccontato come un mostro in potenza, un femminicida annunciato, l'ennesimo esempio di maschio predatore da sbattere in prima pagina. Tanto è vero che la massa voleva linciarlo. Quando poi la verità è emersa la ragazza era viva, stava bene, non era prigioniera di nessuno il silenzio è calato improvviso. Nessuna autocritica, nessuna ammissione di colpa, nessuna riflessione sul disastro umano che si era rischiato di provocare. Anzi, è avvenuto qualcosa di ancora più grave: la narrazione si è rovesciata in un baleno. La stessa ragazza che, con il suo comportamento, aveva contribuito a creare un allarme enorme, lasciando una famiglia nel terrore e un innocente sotto sospetto, è diventata improvvisamente intoccabile. Va capita, era confusa, stava male. Tutto vero, forse. Ma allora perché questa comprensione non viene mai concessa a chi finisce dall'altra parte del banco degli imputati mediatici? Qui sta il nodo, e non riguarda questo singolo episodio, ma un vizio strutturale dell'informazione contemporanea. I processi non si celebrano più nei tribunali, ma nei talk-show e nei social. E in questi processi sommari c'è sempre un doppio standard: ferocia assoluta se l'indagato è un uomo, se bianco, soprattutto se percepito come forte o privilegiato; indulgenza immediata se dall'altra parte c'è una donna, anche quando le responsabilità oggettive esistono. Io ho visto troppi innocenti massacrati prima ancora di entrare in un'aula di giustizia. Ho visto reputazioni distrutte, famiglie annientate, vite spezzate senza appello. E ho visto anche come, una volta accertata l'innocenza, non resti nulla: né scuse, né risarcimenti morali, né vergogna da parte di chi aveva gridato più forte. È una delle pagine più ignobili del nostro mestiere, ed è una tentazione a cui pochi resistono, perché l'odore del sangue, metaforico, ma non troppo, fa audience. Non è un caso che io ricordi sempre il nome di Enzo Tortora. Difenderlo quando tutti lo davano per colpevole fu un dovere morale prima ancora che professionale. Oggi, purtroppo, quella lezione è stata dimenticata. Anzi, viene derisa. Chi invita alla prudenza viene accusato di insensibilità, chi chiede prove viene dipinto come complice.

Il punto è semplice e brutale: la giustizia richiede tempo, metodo, rigore. La verità non emerge dalle urla, ma dai fatti. E i processi mediatici, celebrati sull'onda dell'emotività e dell'ideologia, producono solamente una cosa: altre vittime. Spesso innocenti. Questo non è progresso, non è civiltà, non è nemmeno buon giornalismo.

È barbarie travestita da morale. Continuerò a dichiararlo, anche se dà fastidio: prima di condannare qualcuno, accertatevi che sia colpevole. Il resto è linciaggio. E il linciaggio, nella storia, non ha mai reso migliore nessuna società.

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