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Israele, Erri De Luca: “Genocidio a Gaza? Una distorsione storica e verbale"

Lo scrittore parteciperà nei prossimi giorni a un festival in Israele mentre in Italia è ostracizzato

Israele, Erri De Luca: “Genocidio a Gaza? Una distorsione storica e verbale"
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Erri De Luca nei prossimi giorni sarà ospite all’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim a Gerusalemme, con il sostegno della Jerusalem Foundation. De Luca è un autore particolarmente apprezzato all’estero, i suoi romanzi vendono ogni anno milioni di copie oltre i confini italiani e in Israele è particolarmente atteso nel panel “from Naples to Jerusalem”. Intervistato dell’Israel Hayom ha spiegato che “In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione, un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria”.

Lo scrittore ha poi spiegato che “chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista per questo fatto stesso. In Europa ci sono molte persone che la pensano così ma hanno paura della loro stessa ombra. Non sanno di essere sionisti. Io lo dico ad alta voce, e non mi importa del prezzo”. L’uso della parola “genocidio”, ha spiegato in una corrispondenza con l’amica cantante Achinoam Nini, non lo trova d’accordo: “So benissimo cosa sia un genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto”. Non solo a Gaza, è il ragionamento di De Luca, ma in ogni luogo in cui si combatte una guerra da Mosul a Kharkiv. “È terribile ma non è genocidio”. Se l’obiettivo dell’esercito fosse lo sterminio di un popolo, “aveva un bersaglio perfettamente immobile, dato che l’intera popolazione era concentrata dentro la città. Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo, rende questa accusa vuota. Non si basa su fatti o osservazioni, ma su un chiaro desiderio di insultare Israele e di ferirne la legittimità”. Per questo motivo ha ribadito di non essere disposto a “fare da ornamento intellettuale a gruppi che utilizzano queste parole”.

È una posizione ferma la sua, che quasi sfida l’ostracismo di cui è vittima da ormai molti anni ma che non lo preoccupa particolarmente. “Gli insulti della cricca letteraria non mi toccano. Sono volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. Non ho mai accettato di partecipare a premi letterari, né come candidato, né come giudice, né come ornamento. Non mi interessano le piccole conventicole, la politicizzazione a buon mercato delle case editrici. Quando una persona è appoggiata a una parete di roccia, non ha bisogno di un critico letterario che tenga la corda”. Il 7 ottobre, ha detto, “la prima cosa che mi ha colpito quella mattina è stata l’assoluta mancanza di preparazione, l’allarmante assenza di difesa militare nella zona. Non c’era difesa lì.

La risposta iniziale è stata interamente sulle spalle di singoli individui che hanno mostrato una selvaggia ingegnosità e hanno combattuto da soli contro la morte. Ma oltre al fallimento operativo o di intelligence tattica, sono convinto che ci sia stata una ‘ignoranza volontaria’ da parte del vostro governo”.

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