A Margaux il vino continua a parlare il linguaggio del Cabernet Sauvignon. Non è una novità, ma nel caso di Château Lascombes il discorso sembra oggi assumere un tono più netto, quasi programmatico. Dalle finestre della tenuta lo sguardo cade direttamente sulle vigne storiche del domaine, un mosaico di parcelle dove il Cabernet trova da sempre una delle sue espressioni più riconoscibili e che nel 1855 valsero allo château il rango di Deuxième Grand Cru Classé. È da questi filari che nasce Château Lascombes 2023, prima annata interamente concepita da Axel Heinz, ceo ed enologo dell’azienda, chiamato nel 2022 a guidare il rilancio della storica proprietà di Margaux.
Il cambio di passo parte da una scelta precisa: rimettere il Cabernet Sauvignon al centro del grand vin. Una decisione che non riguarda soltanto l’assemblaggio, ma un’idea più ampia di identità territoriale. Heinz, figura ben nota nel panorama enologico internazionale per il lavoro svolto in Toscana, insiste infatti sulla necessità di rendere il vino leggibile, riconoscibile, meno schiacciato sulla perfezione tecnica e più aderente al luogo da cui proviene. «Vorrei che il vino parlasse direttamente del luogo», spiega, sintetizzando una filosofia che guarda al terroir come elemento narrativo prima ancora che produttivo.
La cuvée 2023 (Grand Vin Margaux, 2° Cru Classé en 1855) riflette con chiarezza questa impostazione: un 60 per cento di Cabernet Sauvignon e 37 di Merlot con un piccolo saldo di Petit Verdot e Cabernet Franc. Le uve arrivano esclusivamente dai vigneti storici della proprietà, radicati in suoli poveri e drenanti, caratteristica decisiva per garantire profondità e tensione ai vini del Médoc. Terreni che costringono la vite a cercare equilibrio in profondità e che, proprio per questo, restituiscono finezza più che opulenza.
L’annata è stata gestita con un approccio quasi sartoriale. La vendemmia, svolta manualmente tra il 7 settembre e il 9 ottobre, è stata accompagnata da selezioni rigorose sia in vigna sia in cantina. A raccontare il lavoro tecnico è Delphine Barboux, che descrive vinificazioni basate su infusioni delicate e macerazioni calibrate quotidianamente attraverso l’assaggio. Nessuna estrazione muscolare, dunque, ma una ricerca di precisione. L’affinamento si sviluppa poi per circa diciotto mesi tra barrique, grandi botti e anfore, in un equilibrio che cerca di evitare la sovrastruttura del legno.
Nel bicchiere, Château Lascombes 2023 mi è parso muoversi già con una certa chiarezza stilistica. La componente aromatica gioca su grafite e prugna selvatica, mentre il Merlot lavora soprattutto sulla rotondità. È però il Cabernet a dettare il ritmo del vino, imprimendo struttura e tensione. Margaux resta riconoscibile nella trama setosa e nella finezza tannica, ma emerge anche un’energia diversa, più tesa e verticale rispetto a interpretazioni recenti della denominazione.
Ho avuto modo di assaggiare anche un’altra etichetta, il Chevalier de de Lascombes, un second vin da uve Merlot (70 per cento), Cabernet Sauvignon (27) e Petit Verdot (3) da uve coltivate nelle parcelle satelliti dello château. Vendemmia avvenuta nello stesso periodo dell’altro vino, una vinificazione dolce per infusione e una macerazione sulle bucce dai 20 ai 30 giorni e un élévage in barrique. Un vino dal frutto esuberante e di piacevole beva, vibrante ma anche suadente, che può essere bevuto giovane oppure atteso per qualche anno per goderne una versione più matura.
Altri due vini aziendali sono il La Côte Lascombes, un Merlot in purezza, e l’Haut-Médoc Lascombes, un blend di Merlot (85 per cento) e Cabernet Sauvignon (15).
Dietro il vino c’è anche una nuova fase proprietaria. Dal 2022 Château Lascombes appartiene alla famiglia Lawrence, che ha avviato un investimento mirato a riportare il domaine a una dimensione più familiare, recuperando una certa idea di château bordolese legata alla continuità e alla valorizzazione dei terroir storici. La nomina di Heinz rappresenta il simbolo più evidente di questa transizione.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso:
riportare Château Lascombes tra i vini di riferimento di Bordeaux. Per Heinz “non un esercizio di stile, bensì un atto di identità”. In una regione dove spesso il linguaggio del vino rischia di assomigliarsi, non è poco.