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Lame e giovani: punire un reato non è fascismo

Stiamo parlando di un sintomo: una febbre sociale. E la febbre, se non la curi, sale. Sale finché non ti manda in coma

Lame e giovani: punire un reato non è fascismo

Caro Vittorio,
mi permetto di darti del tu perché siamo più o meno coetanei. Ti leggo da sempre e nutro nei tuoi riguardi una sincera stima. Avrei voluto nella vita avere il tuo coraggio. Purtroppo, ne ho avuto un po' meno. Vorrei sapere cosa ne pensi della diffusione dei coltelli. E come si cura questa malattia sociale?

Giovanni Cama

Caro Giovanni,
tu scrivi «diffusione dei coltelli» come se stessimo parlando di un oggetto, di un mercato, di una moda. In realtà, stiamo parlando di un sintomo: una febbre sociale. E la febbre, se non la curi, sale. Sale finché non ti manda in coma. Io questo fenomeno l'ho visto arrivare, e l'ho detto. Per anni abbiamo guardato l'America dall'alto in basso: «Lì fanno stragi a scuola con le armi da fuoco». Bene: oggi noi stiamo entrando nella stessa zona buia, con una differenza che molti fingono di non capire. La lama, spesso, è più micidiale di una pistola. Un proiettile può ferire e, a seconda della traiettoria, lasciare una chance. Una coltellata, invece, ti apre. Ti svuota. Ti fa morire dissanguato in pochi minuti. Basta una vena. Basta un colpo dato «bene». Ed è proprio questo l'orrore: questi ragazzini non colpiscono più «a caso». Colpiscono con dimestichezza. Con una naturalezza che fa pensare non a una crescita in famiglia, ma in una macelleria morale, dove la carne dell'altro vale zero. Ora, davanti a tutto questo, la risposta tipica del nostro tempo è sempre la stessa: la scorciatoia. «Vietiamo la vendita dei coltelli». «Blocchiamo l'online». «Stringiamo le maglie». È scelta inefficace. Perché il coltello non è una pistola. Il coltello è ovunque. Sta in ogni cucina. Sta in ogni cassetto. Si compra in un minuto. Si ruba con un minuto e mezzo. E infatti, nella maggior parte dei casi, non viene acquistato in rete: viene preso da casa. Dalla cucina di mamma e papà. È questo il punto che spazza via l'alibi della «soluzione tecnica». Certo: metal detector, controlli agli ingressi, misure di sicurezza nelle scuole possono evitare che un ragazzo entri armato e trasformi un'aula in un obitorio. Benissimo. Ma non illudiamoci: anche se blindiamo le scuole, questi si vedono fuori. In stazione. Nei parchi. Nei centri commerciali. La violenza non è confinata nel perimetro scolastico: è un linguaggio che ormai gira libero. Allora la domanda vera non è «come togliamo i coltelli». È: perché questi ragazzi vogliono usarli? E qui arriva la parte che nessuno vuole pronunciare perché fa paura: è un problema di autorità, di limite, di Stato. Oggi abbiamo un Paese in cui chi dovrebbe incarnare la regola balbetta; chi dovrebbe educare delega; chi dovrebbe punire trattiene la mano; chi dovrebbe difendere si giustifica. E in questo vuoto cresce l'idea più tossica di tutte: la certezza di farla franca. Tu lo chiami «malattia sociale». È una definizione giusta. La cura è dura, esattamente come lo è la medicina quando l'infezione è avanzata. La cura si chiama certezza della pena. Rapidità. Inesorabilità. Non vendetta, non barbarie: Stato. Perché lo Stato debole è uno Stato complice. Complice dell'arroganza del violento. Complice del branco. Complice del coltello. C'è poi un'altra vigliaccheria che ci tiene fermi: la paura di essere chiamati «fascisti». È diventato il ricatto perfetto. Ogni volta che si chiede fermezza contro criminali e delinquenti, qualcuno urla «allarme fascismo», come se punire un reato fosse un colpo di Stato. Ma il fascismo, semmai, è l'opposto: è uno Stato che punisce il dissenso. Qui, invece, parliamo di punire chi accoltella, rapina, aggredisce. Non è repressione: è civiltà. È protezione dei cittadini onesti, dei ragazzi normali, delle famiglie che vorrebbero solo vivere senza l'incubo della lama dietro l'angolo.

E aggiungo: la risposta non può essere solo penale, ma deve diventare anche culturale e educativa.

In altri Paesi si è capito che la tolleranza a senso unico è una sciocchezza suicida. Si è capito che l'«integrazione» non è una poesia: è un patto. E un patto si regge su regole chiare e conseguenze certe. Da noi, invece, il patto è diventato un foglio bianco su cui ciascuno scrive ciò che vuole. E l'unico che paga sempre è il cittadino perbene, quello che non ha coltelli in tasca ma paura nello stomaco. Il male di cui scrivi si cura, dunque, con tre parole che oggi sembrano proibite: limite, autorità, pena. E con un coraggio politico che non arretri davanti alle etichette. Perché la storia è semplice: o lo Stato rialza la testa, o la lama continuerà a farci da calendario. Un morto ieri, un ferito oggi, un altro domani. E noi a discutere se è «opportuno» essere duri.

Ti dico una cosa brutale, Giovanni: non

abbiamo più il lusso della delicatezza. La delicatezza è per i tempi normali. Questo è un tempo malato. E la malattia, se non la aggredisci, ti porta via tutto: sicurezza, libertà, persino l'idea stessa di vivere insieme.

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