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L'esercito è lo Stato in difesa dei cittadini

Qui non si tratta di sostituire le forze dell’ordine, ma di rafforzarle. Di affiancarle. Di rendere visibile la presenza dello Stato

L'esercito è lo Stato in difesa dei cittadini

Caro direttore Feltri,
di fronte alle continue aggressioni, rapine e violenze nelle stazioni e nelle grandi città, si torna a parlare della possibilità di schierare l'esercito nei punti sensibili. Alcuni lo ritengono eccessivo, altri necessario. Lei cosa ne pensa? È giusto impiegare i militari per garantire sicurezza ai cittadini?

Giuseppe Rispoli

Caro Giuseppe, io penso che siamo arrivati a un punto in cui non si può più far finta di niente. E lo dico senza enfasi, senza teatralità, senza allarmismi: la situazione della sicurezza nelle nostre città è fuori controllo poiché per decenni abbiamo continuato ad immagazzinare clandestini senza valutare le ripercussioni che tali politiche di accoglienza sfrenata avrebbero avuto su sicurezza e ordine pubblico. Ora versiamo in condizioni preoccupanti. Non ovunque, non sempre, ma abbastanza spesso da rendere legittima la paura dei cittadini. E quando la paura diventa quotidiana, lo Stato ha il dovere di intervenire in modo visibile, concreto, risolutivo. Direi anche duro. Le stazioni, in particolare, sono diventate terra di nessuno. Luoghi dove si concentrano degrado, spaccio, violenza, irregolarità, criminalità diffusa. Luoghi dove ogni giorno avvengono aggressioni, rapine, accoltellamenti. E non parliamo di percezioni, ma di fatti. Di cronaca. Di persone mandate in ospedale, di donne molestate, di lavoratori picchiati, di anziani rapinati, di viaggiatori accoltellati. In questo contesto, discutere se sia “opportuno” o meno schierare l’esercito mi sembra quasi surreale.

Opportuno rispetto a cosa? Al diritto dei cittadini di sentirsi protetti? Al dovere dello Stato di presidiare il territorio? Alla necessità di ristabilire ordine e legalità? L’esercito non è una minaccia. L’esercito è lo Stato. È la sua presenza fisica, concreta, riconoscibile. È il simbolo della sovranità. È il segnale che il territorio non è abbandonato. La presenza stabile dell’esercito è deterrenza. Chi dice che schierare i militari “militarizza” le città, o evoca scenari autoritari, vive in un mondo ideologico che non esiste più. Nessuno si scandalizza se l’esercito presidia gli aeroporti, i confini, i siti sensibili. Perché dovremmo scandalizzarci se presidia le stazioni, che oggi sono tra i luoghi più pericolosi e degradati del Paese? Qui non si tratta di sostituire le forze dell’ordine, ma di rafforzarle. Di affiancarle. Di rendere visibile la presenza dello Stato. Di affermare chiaramente che certe zone non sono zone franche.

Che non sono rifugi per delinquenti. Che non sono territori conquistati dall’illegalità. Uno Stato che si fa vedere è uno Stato che rassicura e che aumenta la sua credibilità. E c’è un altro aspetto, che troppi fingono di non capire: la sicurezza è anche psicologica. Vedere una divisa, un presidio, una pattuglia militare, restituisce fiducia ai cittadini onesti e lancia un messaggio chiarissimo a chi delinque: qui non si scherza. Qui non si passa. Siamo stati per anni prigionieri di una cultura che ha confuso fermezza con autoritarismo, controllo con repressione, ordine con fascismo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: città insicure, quartieri degradati, stazioni trasformate in bivacchi criminali.

Non è che lo Stato diventa forte quando schiera l’esercito. Semplicemente smette di essere debole agli occhi di chi, con arroganza, crede di essere lo Stato e allo Stato si sostituisce.

E consentimi di dichiararlo con franchezza: chi si oppone per principio alla presenza dei militari nelle zone a rischio o non vive la realtà o fa ideologia sulla pelle dei cittadini.

Io sto dalla parte di chi vuole tornare a camminare tranquillo. Di chi vuole prendere un treno senza guardarsi alle spalle. Di chi pretende che lo Stato sia presente e riconoscibile ovunque. A sostegno dei cittadini perbene e a scapito dei criminali. Il resto sono chiacchiere.

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