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"Meloni favorisce gli evasori". De Benedetti dimentica i propri guai col fisco

L'ingegnere fa la predica al governo sulla lotta all'evasione fiscale: "Manca la volontà politica. Meloni fa l'opposto". Ma dimentica le controversie col fisco delle proprie aziende, non ultima un sequestro da 30mln

"Meloni favorisce gli evasori". De Benedetti dimentica i propri guai col fisco

La predica di Carlo De Benedetti sull'evasione fiscale no, non ce la meritavamo. Perché sull'argomento l'imprenditore maître à penser della sinistra non ci sembra abbia molto da insegnare. Eppure, proprio nei giorni scorsi, l'ingegnere è salito idealmente sul pulpito e ha bacchettato il governo Meloni con tono severo. Dall'altare televisivo di Otto e Mezzo, l'editore torinese ha dapprima strigliato il sistema italico, nel quale - ha affermato - ci sarebbe la volontà politica di non perseguire gli evasori. Poi se l'è presa esplicitamente con il premier.

"A favore degli evasori", De Benedetti attacca Meloni

"In Italia, non so se è stato voluto ma certamente è stato tollerato, le banche dati non parlano tra di loro. Ma l'evasione fiscale non si può risolvere diversamente", ha spiegato De Benedetti, sostenendo la necessità di effettuare controlli e tracciamenti incrociati per individurare chi danneggia l'erario. Poi, incalzato da Lilli Gruber, ha aggiunto: "Mentre all'epoca del mio amico Enzo Visco c'erano dei limiti oggettivi per ridurre l'evasione fiscale, oggi è un problema di volontà politica pura". Facile intuire la traiettoria del ragionamento, conclusosi con una palata di fango sul premier in merito alla lotta all'evasione. "Giorgia Meloni fa l'opposto. Tutto quello che lei fa e propone è a favore degli evasori fiscali", ha affermato l'imprenditore.

I guai dell'ingegnere col fisco italiano

I toni altezzosi di chi vive in Svizzera e ne ha sempre una sull'Italia, tuttavia, ci hanno convinti ben poco. Anzi, per nulla. L'accusa al governo di favorire l'evasione fiscale non è infatti suffragata da alcun dato concreto e, per di più, l'ingegnere De Benedetti non ci sembra la persona più credibile nell'assegnazione di patenti politiche sulla lotta all'evasione fiscale. In passato, infatti, le aziende dell'editore torinese hanno avuto alcune controversie proprio con il fisco per il mancato pagamento delle tasse. Nel 2012, ad esempio, in appello il gruppo L'Espresso era stato condannato al pagamento di 225 milioni, lievitati poi per interessi fino a 388,6 milioni e sui quali si doveva ancora esprimere la Cassazione. Alla fine, prima che la suprema corte si pronunciasse, il gruppo editoriale chiuse la vicenda con il pagamento a fisco di 175,3 milioni. Il processo riguardava il modo in cui la società gestì la fusione di L'Editoriale la Repubblica con la Cartiera di Ascoli nel 1991: nella riorganizzazione delle società GEDI non aveva pagato alcune tasse e per questo era stata sanzionata.

Il sequestro da 30 milioni

Secondo quanto riportato dal quotidiano La Verità a inizio gennaio scorso, inoltre, il gruppo Gedi (di cui fanno parte i quotidiani La Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX) avrebbe ricevuto un ordine della magistratura per il sequestro di 30 milioni di euro. Il sequestro - scrive La Verità - riguarda una presunta truffa ai danni dell'Inps nelle operazioni di pre-pensionamento portate avanti dal gruppo tra il 2011 e il 2015 con un potenziale danno all'istituto di previdenza che potrebbe raggiungere i 38 milioni di euro. Il provvedimento fa parte di un’inchiesta di cui avevano dato notizia alcuni organi di stampa nel 2018, quando partirono le prime indagini della Guardia di Finanza.

Ma tali vicende sono probabilmente considerate un dettaglio, un'inezia. Secondo De Benedetti, il problema in Italia sarebbero le politiche del governo Meloni per alleggerire la pressione fiscale alle stelle. E meno male che dalla Gruber l'ingegnere aveva auspicato "la radiografia di ognuno di noi, per sapere tutto" sul piano dei corretti versamenti fiscali.

Da che pulpito, questa predica.

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