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"Il mio incubo durato 17 mesi: mia figlia morì con le infezioni"

La mamma di Pamela, 2 anni: "Le pulivo io le cannule dei macchinari salva vita"

"Il mio incubo durato 17 mesi: mia figlia morì con le infezioni"
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Non sarebbe un caso isolato quello del piccolo Domenico. Nei giorni scorsi abbiamo raccontato tutti i precedenti dell'ospedale Monaldi, soffermandoci soprattutto sull'anno nero per eccellenza: il 2014, quando su nove bimbi trapiantati ne morirono nove.

Ma c'è un caso che fra tutti ha più similitudini con quello di Domenico: è la storia della piccola Pamela Dimitrova, morta nell'agosto del 2024. La bimba, anche lei di due anni, era ricoverata e collegata a un cuore artificiale in attesa di un organo compatibile. Con lei, ricoverata a fianco del suo letto per ben 17 mesi c'è sempre stata la mamma, Rumyana Dimitrova (nella foto).

Rumyana, cosa è successo a Pamela?

«È morta per un'emorragia cerebrale, per le infezioni contratte e per la troppa attesa. Ha anche preso la escherichia coli, un batterio oro-fecale presente su una delle cannule della macchina che la teneva in vita».

Lei parla di più di un tipo di infezione.

«Sì, erano diverse. Spesso disinfettavo io le cannule, nessuno faceva nulla, nemmeno quando vedevano che Pamela aveva i cerotti imbevuti di sangue».

Mamma Patrizia denuncia troppi silenzi da parte dell'ospedale. Lei cosa pensa?

«Sono d'accordo. Sono convinta che Pamela si sarebbe potuta salvare se non ci fossero stati silenzi e ritardi. E forse anche Domenico».

Cosa intende?

«Quando mia figlia ha contratto le infezioni, i medici non ce l'hanno detto. Quando è stata tolta dalla lista d'attesa per un cuore non ce l'hanno detto. E pensare che nel frattempo ci sono state nove chiamate, cioè nove cuori disponibili, nove occasioni perse».

Questo ve lo hanno detto?

«No, lo ha saputo successivamente il nostro avvocato parlando con il Centro nazionale trapianti. Se solo non ci fossero state quelle infezioni, mia figlia avrebbe potuto ricevere il cuore che aspettavamo».

Chi vi seguiva?

«Il dottor Guido Oppido, lo stesso che ha operato Domenico».

È vero che avete chiesto il trasferimento e volevate affidarvi al Bambino Gesù di Roma?

«Sì, è tutto vero. Dopo un anno di ricovero non ne potevamo più, volevamo cambiare. Ma per trasferire Pamela era ormai troppo tardi. In quello stesso periodo abbiamo iniziato a muoverci legalmente su consiglio del comitato dei Genitori dei bimbi trapiantati di Dafne Palmieri. Era chiaro che qualcosa non andava».

Cosa non andava?

«Eravamo ricoverati nel reparto degli adulti, dove il rischio di contrarre infezioni è più alto, soprattutto per pazienti molto deboli e con il sistema immunitario fragile. Per i bambini erano state riservate tre stanze con due letti ciascuna e poi c'era una stanza di 'super intensiva'. Siamo state pure là».

Prova ancora rabbia?

«Sì, molta. Perchè la mia bambina si sarebbe potuta salvare se solo quel posto avesse chiuso dopo gli errori commessi negli anni prima di noi».

Conosce mamma Patrizia?

«Certo, molto bene. E ho conosciuto anche il piccolo Domenico. Mi ricordo quando è arrivato al Monaldi, aveva solo 5 mesi. Spesso l'ho tenuto in braccio, mangiavamo assieme, abbiamo condiviso tanti mesi di reparto assieme. C'era anche un'altra bambina di 3 anni che è morta in attesa del trapianto, non dimentico nessuno».

Seguirà la fondazione che sta per nascere in memoria di Domenico?

«Certo, anche se ora abito in Bulgaria. La battaglia della fondazione porterà giustizia anche a noi e a tutti gli altri bambini. Non voglio che mai più succedano queste brutte cose. Bisogna parlare e dire che non ci possono essere silenzi da parte dell'ospedale».

Rumyana,

lei ora ha lasciato l'Italia e ha un'altra bambina.

«Sì, si chiama Christina e ha sei mesi. Abbiamo lasciato Sparanise, in provincia di Caserta, pochi mesi fa. Ma laggiù ho un dolore che non potrò dimenticare mai».

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