Dov'è finito l'ipocrita e pro domo loro garantismo del centrodestra? (politici e giornalisti che gravitano in tale area?). Oggi, per calcare l'onda di dolore, chiedono a gran voce l'arresto prima del processo dei coniugi Moretti, titolari del Constellation di Crans-Montana. Esigono di sapere dove hanno preso il denaro per aprire così tante attività in Svizzera e per acquistare immobili in Costa Azzurra; denunciano che la signora Moretti è scappata con la cassa (dov'è il video?).
Mi sovviene allora quello che dovette patire Silvio Berlusconi, fondatore del Polo delle libertà (poi Forza Italia), sin che è stato in vita: accuse e insinuazioni sui suoi inizi di giovane imprenditore, dei presunti finanziamenti di denaro da parte della mafia. È vero, Berlusconi in vita sua non ha provocato una strage di innocenti come i Moretti (ha anzi creato aziende floride e fiore all'occhiello), ma l'accusa di aver ricevuto fondi da Cosa nostra, assassini e stragisti, era comunque grave.
Patetico poi, continuare il gioco «Italia meglio della Svizzera». Intanto in Svizzera non era mai accaduto un fatto così grave e probabilmente (speriamo) non accadrà mai più. L'incendio al Constellation è stato una combinazione di eventi negativi che insieme hanno provocato il disastro. L'Italia pensi ai propri morti sul lavoro: oltre mille nel 2024 e nel 2025. Brandizzo Fs, donne tranciate in fonderia, Tissenkroup, Amianto Casale, finale champions in Piazza San Carlo a Torino
Forse è meglio tacere e lasciare lavorare la procura Svizzera (e quella romana). La Giustizia, e non la forca, deve fare il suo corso. Persino i capi mafia sono sottoposti a processo.
Stefano Masino
Asti
Caro Stefano,
la strage avvenuta in Svizzera ha colpito tutti. Nessuno escluso. Perché quando muoiono dei ragazzi, peraltro giovanissimi, tra i quattordici e i sedici anni, non muore soltanto chi era in quel locale, bensì muore un pezzo di fiducia collettiva. E quando oltre cento persone restano ferite, molte in modo gravissimo, con i polmoni compromessi, il corpo segnato per sempre, interventi chirurgici a vita, non stiamo parlando di una notizia di cronaca. Stiamo parlando di una ferita civile che resterà aperta. Quelli potevano essere i nostri figli. I nostri nipoti. I nostri ragazzi. È umano, è naturale, è persino sano chiedere giustizia. Guai a un Paese che non si indigna davanti a una strage di innocenti. Guai a una società che resta fredda. L'indignazione è il termometro della civiltà. Ma attenzione: quando la giustizia scivola nella vendetta, non siamo più nello Stato di diritto. Siamo nell'inciviltà giuridica. Questo va detto con chiarezza, senza ipocrisie e senza doppi standard.
Io, lo dico da sempre, sono contrario al carcere degli innocenti. Sono contrario a vedere persone private della libertà prima di una condanna definitiva. La presunzione di innocenza non è un vezzo: è un pilastro della democrazia. Senza quello, torniamo alla gogna.
Ma esiste il diritto. E il diritto non è fatto di slogan, ma di regole. La carcerazione preventiva non è una punizione. Allora cosa è? Si tratta di una misura cautelare. Serve a evitare l'inquinamento delle prove, la fuga, la reiterazione del reato. In questo caso specifico, la prima ipotesi è concreta e grave. Ed è per questo che il marito è in carcere e la moglie ai domiciliari. Non è giustizia sommaria. È procedura. E smettiamola di fingere di non capire la differenza.
Le responsabilità possono essere evidenti, anche prima di una sentenza. Non serve una condanna passata in giudicato per comprendere che qui qualcosa di enorme è stato sbagliato. Quando si apprende che le uscite di emergenza erano chiuse a chiave dall'interno, con un lucchetto, che i corpi dei ragazzi sono stati trovati accatastati davanti a quella porta sbarrata, non siamo nel campo delle interpretazioni. Siamo nell'orrore. Proviamo a immaginarlo, anche solo per un secondo, ti prego: il fumo, il panico, il fuoco, la corsa verso la via di fuga... e la via di fuga chiusa. Sigillata. Inaccessibile. Questa non è sfiga, amico mio. Questo non è destino. Questo è irresponsabilità imprenditoriale. Fare impresa non significa solo guadagnare. Significa proteggere chi ti affida la propria vita, anche solamente per una sera. Un locale aperto al pubblico non è un salotto privato, dove io decido di sbarrare le finestre. È un luogo di responsabilità. Civile, penale, morale.
Ma il dito non va puntato solo sui coniugi. E qui vengo al punto che troppi fingono di non vedere. Non esistono locali fuorilegge che prosperano per anni senza complicità. Non esistono norme calpestate senza controlli mancati. Non esistono uscite di sicurezza chiuse senza ispezioni omesse. Le responsabilità istituzionali sono evidenti. Tangibili. Pesanti. Dov'erano i controlli? Dov'erano le verifiche? Dove diavolo stava lo Stato mentre quelle regole venivano ignorate? Perché è troppo comodo impiccare mediaticamente due persone e lavarsi la coscienza. Qui il problema è sistemico. E va urlato.
Tu hai ragione su un punto, ed è un punto che grida vendetta. Questa strage ha scosso tutti. Giustamente.
Ma perché non ci scuotono allo stesso modo i morti sul lavoro? In Italia muoiono oltre mille persone l'anno lavorando. Fonderie. Cantieri. Fabbriche. Lì nessuno chiede la testa di nessuno. Lì nessuno invoca arresti immediati. Lì nessuno parla di strage. Eppure il diritto al lavoro è costituzionale, posto a fondamento della nostra Repubblica. Il diritto al divertimento un po' meno. Allora perché questo silenzio? Perché questa assuefazione? Perché questa indecenza selettiva? Forse perché i morti sul lavoro sono diventati una statistica. E le statistiche non fanno notizia. Tuttavia, uno Stato che si commuove solo a intermittenza è uno Stato moralmente malato.
Voglio essere chiarissimo. Nessuno vuole il linciaggio. Nessuno vuole la forca. Nessuno vuole il carcere come vendetta. Ma nessuno può adoperare la presunzione di innocenza come paravento per l'irresponsabilità. Esistono le garanzie. Ed esistono le colpe. E spesso, come ho già specificato, sono evidenti molto prima della sentenza. Il processo farà il suo corso. La giustizia, e non la piazza, stabilirà le responsabilità.
Eppure una cosa possiamo affermarla già oggi, senza paura di smentita: chi fa impresa sulla pelle degli altri, chi ignora le regole, chi gioca con la sicurezza, non è sfortunato. È colpevole. Anche se ancora non condannato. E questo non è giustizialismo. È semplice verità.