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In Quaresima il digiuno non riguarda il cibo ma le parole: "disarmiamole" per non ferire il prossimo

Il principio non riguarda la dieta, ma una scelta di impegno; non riguarda lo stomaco ma la volontà

In Quaresima il digiuno non riguarda il cibo ma le parole: "disarmiamole" per non ferire il prossimo

Siamo all'inizio della Quaresima e, come ogni anno, comincia la ripetizione della stessa domanda da Confessionale: «Quindi al venerdì bisogna mangiare pesce? Se mangio carne è peccato?». La mia risposta è fissa, provocatoriamente: «Se venerdì per evitare una bistecchina di pollo decide di mangiare un'aragostina, mi inviti pure a fare penitenza con lei e vengo volentieri!».

Un tempo il pesce era il cibo povero e la carne invece il piatto della festa: in questo orizzonte socio-culturale si inserivano «digiuno e astinenza» per significare che il ricordo della passione e morte di Gesù al venerdì comportasse attesa e fame di una primavera di vita nuova celebrata nella Pasqua. Oggi il rapporto carne e pesce non è più quello di una volta. Il principio quindi non riguarda la dieta, ma una scelta di impegno; non riguarda lo stomaco ma la volontà. In questo senso Papa Leone XIV ha consegnato una lettera ai cristiani per questa Quaresima, in cui associa il digiuno non tanto al cibo quanto alle parole: è sempre questione di bocca, ma con una visione moderna. Scrive. «Vorrei invitarvi a una forma di digiuno molto concreta, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell'amore. Vorrei richiamare l'attenzione quindi sull'importanza della disponibilità ad ascoltare».

Iniziare dalle parole a «disarmare» le menti e le azioni, è la cosa più sensata che io abbia sentito tra tanti proclami di pace lanciati in questi mesi da enti, istituzioni, personaggi. È un invito forte a utilizzare un linguaggio portatore di pace, tale da facilitare il dialogo e la comprensione reciproca, che allontani, e non invece alimenti, i conflitti, l'odio e le contrapposizioni non solo nel mondo - pensando a zone troppe lontane che non ci implicano - ma sui nostri pianerottoli, negli ambienti di lavoro, nelle case. In un mondo segnato da guerre, sia fisiche che verbali, «disarmare le parole» significa renderle strumenti per costruire e riconciliare, non per distruggere. Non si tratta di nascondere la realtà, di immaginare un mondo incantato abitato da fate, elfi e unicorni ma di prediligere parole che edificano e consolidano ponti, e non che li demoliscono. Una parola può correggere senza umiliare, può ribellarsi senza devastare. Disarmare le parole non significa indebolirle. Insomma, il Papa sta chiedendo di usare le parole in modo responsabile, evitando toni, inutilmente e sconsiderevolmente, aggressivi, vocaboli violenti, argomentazioni offensive che possono ferire o esasperare le tensioni. È una questione, prima di tutto, di rispetto e di ascolto reciproco. È una questione di civiltà, perché quando le parole vengono meno, quando i dialoghi si interrompono, si spalancano le porte della brutalità, in politica come nella vita di tutti giorni. Quante situazioni di contrapposizione irosa nascono da un uso infelice delle parole (anche solo in una chat) o da un colpevole silenzio? Per il Santo Padre però non è solo questione di evitare lo scontro, ma anche di far tacere i toni privi di speranza, che fanno prevalere pessimismo e rassegnazione, mediocrità e tiepidezza. Disarmare le parole in luogo delle parole armate, è secondo me un bellissimo e profondissimo invito per credenti e non credenti. Troppo spesso usiamo parole «rapaci» in modo spontaneo come esercizio di forza, ricerca di primato, strumento di esclusione. Luogo di giudizio duro, anche violento che non ascolta, non tesse, non cerca risonanze.

La Quaresima è allora un tempo opportuno e favorevole per un impegno serio - a volte magari sacrificio faticoso - per imporci e proporci di cambiare tono, di scegliere vocaboli diversi che abbiano come orizzonte quello di spiegare,

di legare, di trasformare, di meravigliarsi, di costruire, di complimentarsi, di apprezzare, di ringraziare, di corteggiare, di vezzeggiare, di scherzare, di sorridere. Sono convinto che basta poco per sentirsi una Pasqua!

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