Eric Schmidt, ex CEO di Google, che viene fischiato alla cerimonia di laurea della University of Arizona quando inizia a parlare di intelligenza artificiale, automazione e futuro del lavoro, strano no? Soprattutto perché la sua platea era di studenti e dottorandi nativi digitali, non di cinquantenni commercialisti che temono di perdere il lavoro.
Non è un caso isolato, fa anzi parte di un fenomeno più largo: una specie di nuovo rito delle graduation americane, il miliardario o il manager sale sul palco e spiega ai laureati che l’AI è il futuro e i laureati rispondono: grazie, però il futuro forse ci sta licenziando prima ancora di assumerci.
Intendiamoci: Schmidt non è uno qualsiasi, anche per questo le sue parole pesano. È stato CEO di Google dal 2001 al 2011, executive chairman, figura centrale del capitalismo tecnologico americano, e la University of Arizona gli ha conferito un dottorato honoris causa in scienze per il lavoro della fondazione Schmidt Sciences e per il telescopio spaziale privato a cui collaborerà l’università.
Su quel palco, voglio dire, non c’era uno dei tanti entusiasti dell’AI che per ora campano con video su TikTok a parlare del proprio entusiasmo per l’AI (“sarete sostituiti!”, loro sono i primi che spariranno), c’era una delle facce storiche dell’industria che ha costruito il mondo digitale in cui questi studenti sono cresciuti, e questi studenti sono tutto fuorché rivoluzionari luddisti o comunisti anti-moderni. Cosa gli stiamo dicendo? Ehi, tu, studioso di tecnologia, entusiasta di computer che ti stai rompendo la schiena per studiare, nativo digitalissimo, sai che sarai inutile vero?
Insomma, è sembrata la solita predica dei vincitori, detta a chi sospetta di essere già stato arruolato tra gli esuberi futuri (non sono rose e fiori neppure per i CEO, i quali però hanno vissuto la fase migliore). Tra l’altro Gallup ha appena trovato che tra i lavoratori Gen Z il 48% pensa che nel lavoro i rischi dell’AI superino i benefici, contro solo il 15% che vede più benefici che rischi. Rispetto al 2025, la quota dei pessimisti è salita di undici punti.
Chi ha ragione? Schmidt o gli studenti? Forse entrambi: da una parte il futuro delle Big Tech, con le centinaia di miliardi investiti, potrebbe scoppiare nella cosiddetta bolla, nel senso che tutte le temute sostituzioni e automazioni non solo non sono ancora certe, non è detto che lo diventeranno per le imprese. E chi servirà per tornare indietro o tappare i buchi? Proprio personale competente. Se gli agenti AI fanno casini, non si potrà chiedere di metterli a posto a un altro agente AI.
Dall’altra parte, però, Standard Chartered ha annunciato oltre 7.000 tagli entro il 2030 mentre aumenta AI e automazione, e il CEO ha parlato di sostituzione di “lower-value human capital”, capitale umano di minor valore, carino.
Per cui quando gli studenti sentono “AI”, non sentono solo “strumento”, sentono anche “tu potresti essere il capitale umano di minor valore”, che come messaggio motivazionale per una laurea non è neppure un “Carpe diem”, suona più come un “Carpe il badge prima che te lo disattivino”.