Illustre direttore, leggo con amarezza, sul nostro giornale, l'intervista allo scrittore algerino Boualem Sansal. Abbiamo rispetto e comprensione per la sua condizione di ex carcerato ed esiliato, per motivi politici da un governo senza libertà per terrore, ideologia e stupidità, e perciò sia il benvenuto in Italia, nei nostri centri culturali e nelle Università, a parlare dell'islamismo! Tuttavia non si può soprassedere ad alcune sue approssimazioni, luoghi comuni e catastrofismo. Mi sento in colpa per le note di disappunto che le invio, trattandosi di un uomo veramente provato! Ma deve accettare che la cristianità non è finita: basti ricordargli il numero di pellegrini in Piazza San Pietro ogni domenica, il numero di cristiani del mondo che sono venuti in Italia per attraversare la Porta Santa, perché si parla di 50 milioni!
Riguardo alla lotta all'islam degli immigrati senza permesso, favoriti da finti congiungimenti, ecc... e alle periferie delle nostre città, ricordiamogli che Hannoun è in galera, Almasri è stato accompagnato al suo Paese, altri sono stati espulsi, ed altri ancora lo saranno: il nostro ministro degli Interni, fino ad oggi, non è stato spiazzato in nessuna situazione critica; lavora in silenzio, non lascia interviste parolaie! Per molti è l'uomo giusto al posto giusto. Il resto, da dire allo scrittore Boualem Sansal, voglio sentirlo da Lei, che ne sa di più. Cordiali saluti e affetto.
Angelo Sferrazza Papa
Milano
Caro Angelo,
ti ringrazio per la tua lettera, che mi consente di tornare su un tema delicato e spesso trattato in modo superficiale: il rapporto tra cristianesimo, islam e identità dell'Occidente. Cominciamo col chiarire un equivoco: il cristianesimo non è morto, non è finito e non è stato cancellato. Le piazze piene a San Pietro, i pellegrinaggi, la presenza ancora vastissima di cristiani nel mondo lo dimostrano, ha ragione. Nessuno può seriamente sostenere che la nostra tradizione religiosa sia evaporata nel nulla. Tuttavia, negare che in Occidente esista una profonda crisi della fede sarebbe altrettanto falso. Le chiese si svuotano, le vocazioni crollano, i seminari chiudono, il sacerdozio non attrae più. Non perché Dio sia scomparso, ma perché l'Occidente ha smesso di interrogarsi sul senso ultimo delle cose. Ha preferito sostituire la fede con il benessere materiale, la trascendenza con l'intrattenimento, l'etica con il relativismo. E questo è un problema enorme, perché quando una civiltà smette di credere in qualcosa, smette anche di difendere se stessa.
L'islam, è vero, non ha superato il cristianesimo nei numeri in Europa. Ma lo ha superato in un altro aspetto fondamentale: la forza dell'adesione. L'intensità identitaria. La compattezza. Per molti musulmani, soprattutto immigrati in Occidente, la religione diventa un'ancora, un rifugio, una risposta all'alienazione culturale. Si stringono alle tradizioni non per apertura spirituale, ma per non dissolversi in una società che non offre più un'identità forte. Qui sta il nodo. L'islam non è soltanto una religione: è anche legge, politica, ordinamento sociale. È una visione totale del mondo. Il cristianesimo, invece, soprattutto nella sua declinazione occidentale moderna, ha accettato di separarsi dal potere, di convivere con lo Stato laico, di rinunciare all'imposizione. Questo è stato un grande progresso civile, ma ha avuto un prezzo: la perdita di centralità nella vita quotidiana. Attenzione però: riconoscere questa asimmetria non significa demonizzare l'Islam né negare il valore del cristianesimo. Significa prendere atto che una civiltà senza identità è una civiltà vulnerabile. I valori cristiani, anche per un ateo, sono il fondamento della nostra cultura giuridica, della dignità della persona, della libertà individuale, del limite al potere. Se entrano in crisi questi valori, entra in crisi l'Occidente stesso.
Il problema, dunque, non è che il cristianesimo stia morendo, ma che l'Europa ha smesso di crederci davvero.
E quando smetti di credere in ciò che sei, lasci campo libero a chi invece crede, magari in modo cieco, ideologico, persino violento, in ciò che è. Difendere l'identità occidentale non significa tornare al Medioevo, ma ricordare chi siamo. Senza questo, nessuna integrazione sarà possibile e nessuna convivenza sarà mai pacifica.