Donne straordinarie

"Smarrimento senza nome", violenza, abbandono: e Rina diventò Sibilla

Figlia, moglie, madre e finalmente donna. Sibilla Aleramo, nella tragicità degli eventi che hanno colpito la sua vita, ha saputo cogliere l’arte della scrittura mettendo se stessa al primo posto in una società che per lei avrebbe preferito l’ultimo

"Smarrimento senza nome", violenza, abbandono: e Rina diventò Sibilla
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Un fascino che fa girare la testa a uomini e donne. Sibilla Aleramo ha sempre avuto un dono: quello di saper utilizzare le parole giuste per denunciare, allietare e descriversi. Nei suoi versi si legge la storia di una ragazzina divenuta presto adulta con la fretta che una società patriarcale mette a quelle come lei. Solo la letteratura riesce a salvarla in un ambiente che non perdona e, se lo fa, ne rimarca sempre la condizione di supremazia.

Nasce ad Alessandria nel 1876 con il nome di Rina Faccio, da una famiglia borghese che sarà per lei un primo approccio al dolore e all’incomprensione. La madre, infatti, è una donna molto fragile, quasi invisibile, che soffrirà fino alla morte di disturbi mentali. Il padre, un ingegnere, è una figura autoritaria ma poco incline al sentimentalismo. Ciò nonostante a Rina e ai suoi fratelli non mancheranno gli agi durante l’intera infanzia; più tardi lei la ricorderà infatti come “libera e gagliarda”.

Crescendo, Rina diventa una ragazza affascinante, estroversa e più amata rispetto agli altri figli perché appare agli occhi del padre Ambrogio più sveglia. La stima è reciproca tanto che la giovane sviluppa una vera e propria adorazione verso l’uomo: “L’amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma per il babbo avevo un’adorazione illimitata”, scriverà nel suo romanzo. L’adolescenza è un alternarsi tra intense letture e il lavoro da contabile nella vetreria paterna. Lì l’ambiente è altamente maschile e maschilista. La sua figura spicca soprattutto tra gli operai che la guardano con malizia, ma lei sembra non fare caso alle insidie su cui potrebbe cadere. Quella fabbrica è un luogo familiare, una seconda casa.

Una moglie

Fino a quel momento la sua vita viene definita da lei stessa come un’alba. Uno spettacolo che sorge a poco a poco e che donerà il suo splendore non appena il suo futuro sarà sorto grazie all’abilità con cui utilizza le parole. Come una notte senza luna, invece, quegli anni si deformano fino ad assumere aspetti orridi. Nel 1890 infatti, la madre tenta il suicidio dopo che alcune voci su un presunto tradimento del marito le giungono all’orecchio.

Le mura di quella casa, in cui aveva trascorso un’infanzia felice e che fino a quel momento era stata un rifugio confortevole, diventano improvvisamente soffocanti. Il trasferimento della madre in un centro psichiatrico smuove in lei e nei fratelli una doppia sensazione tra l’abbandono e il sollievo. Questo cambiamento rivoluziona l'intero assetto familiare. Rina quindi cerca di aggrapparsi ancora di più alla figura perfetta del padre. Questi però diventa sempre più schivo e chiuso in se stesso. Il lavoro resta l’unico appiglio su cui concentrarsi, il mezzo con il quale la ragazza riesce a passare brevi momenti insieme a quell’uomo tanto amato ma che adesso si comporta quasi da estraneo.

C’è anche un altro pensiero che l’assilla. Da mesi un collega molto più grande di lei la stuzzica con interesse ma lei continua a non assecondarlo. Quando un giorno quelle avance da parole diventano fatti, Rina si rende conto di aver subito un abuso. Quelle mani che veloci e forti hanno violato il suo corpo l’hanno sorpresa improvvisamente. “Sogni di vergine ch’io non ebbi il tempo di sognare, nubilità che non conobbi, mia violata vita!”.

La sua è un’epoca in cui ogni scandalo viene coperto da un lenzuolo di omertà, soprattutto se c’entra una donna e la sua pudicizia. “Appartenevo ad un uomo, dunque? Lo credetti dopo non so quanti giorni d’uno smarrimento senza nome”. A questo torto quindi non si può che tentare di sistemarlo con un matrimonio riparatore.

Nel 1893, all’età di 16 anni e mezzo, Rina Faccio diventa improvvisamente non solo Rina Pierangeli ma anche una donna adulta che deve pensare alla casa, a un uomo e a partorire figli sani e forti. Non è ammissibile che continui a lavorare, per quello ci pensa il marito Ulderico che pian piano si è preso tutto di lei, svuotandola di ogni cosa.

Una madre

Nel 1895 nasce Walter. Rina rimugina il pensiero che quella condizione le è stata imposta, non ha scelto lei di sposarsi né di concepire, ma a quell’epoca i termini “vittima” e “violenza” non possono in alcun modo descrivere la sua condizione perché l’uomo, in quanto tale, ha il diritto di impossessarsi di ciò che vuole.

Lei, invece, vittima ci si sente: quella situazione è frutto di una violenza fisica e psicologica. Il contesto in cui si trova è di assoluta reclusione, ogni sua mossa è sorvegliata dal marito e dalla suocera che l’ha sempre guardata con disprezzo. Il bambino è ancora piccolo e cagionevole di salute, le risucchia come un parassita tutte le energie. La sua amata scrittura è ormai un ricordo lontano. Rina non è nessuno per la società, questo è un assillo che l’attanaglia giorno e notte. L’unica via d’uscita è la morte.

Quella follia appartenuta alla madre, che lei da bambina non aveva compreso e che a volte aveva condannato perché artefice del suo abbandono, adesso è una parte che Rina sente anche dentro di sé. La disperazione la porta a tentare di uccidere quel corpo umiliato e quella mente troppo rumorosa. Quando qualcuno la salva da quella fine tragica, allo stesso tempo e involontariamente, la condanna. Dopo quel gesto il marito la crede una squilibrata da tenere sotto controllo.

Da questo momento Rina diventa in cuor suo Sibilla e comincia a esternare il suo dolore scrivendo ogni sua sensazione e turbamento in un taccuino che l’accompagna durante le giornate più malinconiche. Adesso spende tutte le energie per le parole e per Walter, così da non pensare ad altro.“Mio figlio, piccolo psicologo inconsapevole, afferrava sul mio volto le sfumature della tristezza e della serenità, taceva quando mi vedeva assorta, corrugava le ciglia allorché percepiva malumore fra suo padre e me…”.

Incastrata in un matrimonio che la soffoca tenta una prima fuga dopo aver conosciuto il brivido che le lascia una relazione clandestina con un uomo sposato. La cosa però viene scoperta immediatamente e la donna viene punita ancora con violenza e indifferenza. “La sua non era più gelosia, era un livore oscuro, era umiliazione, era mania di imporsi, come per sfida, vedendo affermarsi la possibilità della mia indipendenza”.

Sibilla è nuovamente sola, infelice, disperata e ancora incompresa. Da questo momento un solo pensiero le riempie la mente: fuggire. Trema solo all’idea ma è l’unica via d’uscita. C’è un grosso problema all’interno del piano che elabora mentalmente: il figlio. Sa che se dovesse portarlo con sé il padre li troverebbe e sarebbe la fine per entrambi e poi lei che vita potrebbe assicurargli?

La soluzione è dolorosa quanto giusta, abbandonarlo come aveva fatto sua madre per garantirgli una vita più giusta ma con il dolore che Walter, crescendo, non l’avrebbe mai perdonata. L’unica consolazione che le resta è che, forse, un giorno, quando avesse cominciato a toccare con mano le ingiustizie e le insidie della vita, avrebbe potuto finalmente comprendere quel suo gesto. Il suo destino lo sa già, per quell’abbandono non sarà perdonato negli anni a venire neanche da una parte dei suoi lettori.

Una donna

Adesso Rina è una donna ferita, tormentata, con un senso di colpa che l’attanaglia ma è libera. Inizia così la sua seconda vita da Sibilla Aleramo. Tutto il suo mondo diventa la letteratura e la scrittura di romanzi.

Nel febbraio del 1902 si trasferisce a Roma e inizia la sua relazione sentimentale con il collega Giovanni Cena, direttore della rivista “Nuova Antologia” e, contemporaneamente, la stesura di Una donna. Nel ’19 esce Il passaggio e l’anno seguente una raccolta di liriche e di prose; più tardi verranno pubblicati Andando e stando, Trasfigurazione, Amo dunque sono, Il frustino. Da qui in poi vengono partorite tutte le altre opere in prosa e le poesie.

Fino alla morte non si adeguerà mai a ruoli o immagini femminili tradizionali. Viaggia, scopre e vive. Incuriosita da tutto quello che la circonda. Il concetto di "femminismo" permea tutte le sue opere nelle quali mette sempre un pezzo di vita vissuta, rendendole sempre attuali e partecipa ad accesi dibattiti sulle riviste che parlano del tema.

Al lavoro si alternano anche grandi amori tormentati come quelli con Lina Poletti, Dino Campana, Tullio Bozza e Franco Matacotta a relazioni fugaci con personalità celebri come Giovanni Papini, Umberto Boccioni, Salvatore Quasimodo, Raffaello Franchi.

Negli ultimi anni Sibilla continua a scrivere e soprattutto a parlare in pubblico per scuotere le coscienze attraverso un’intensa propaganda femminista. Muore nel 1960 all’età di 84 anni. L’immagine di Walter, che le si aggrappa con tutte le forze per non lasciarla andare, rimarrà fino alla fine dei suoi giorni il suo pensiero più doloroso. “... Mio figlio mi pensa, stamane. Gli ho scritto qualche rigo, giorni fa. Tristezza irreparabile del nostro rapporto, dappoi che ci siamo rivisti dopo i trent’anni d’intervallo e invano abbiamo provato a sentire come una realtà il fatto ch’io sono sua madre e che lui è mio figlio”. Aver barattato il frutto del suo grembo per una libertà d’animo è stata una scelta che è toccata a lei per volere di una società patriarcale e violenta.

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