Auto carica di armi in Calabria, avviso mafioso a Napolitano

Elogia l’azione di contrasto alla ’ndrangheta, e di governo dell’emergenza extracomunitari, portata avanti dall’esecutivo, mentre per la gestione del fenomeno dell’immigrazione sforna la formula «ordine e legalità», invitando però anche la Calabria a «mobilitarsi di più» per dire no alla criminalità organizzata. E quasi a rafforzare il senso delle parole del Capo dello Stato, e la delicatezza del tema, la visita a Reggio Calabria di Giorgio Napolitano vive una parentesi di allarme che diventa un richiamo alle sue parole.
In una strada poco lontano dall’aeroporto, e piuttosto vicina al tragitto del corteo che ha portato il presidente dallo scalo al capoluogo calabrese, i carabinieri hanno infatti trovato una Fiat Marea di colore scuro che nascondeva armi (due pistole e due fucili), due ordigni rudimentali (tubi di metallo innescati da micce), una tanica di benzina su cui erano legati fiammiferi antivento e tre passamontagna. Immediato il timore che la ’ndrangheta, proprio in questo momento in cui la lotta si fa più dura, volesse alzare il tiro, anche solo con un gesto dimostrativo contro la più alta carica dello Stato. A preoccupare, in particolare, la presenza di esplosivi, per quanto artigianali. Ma visto che c’erano anche fucili, pistole e passamontagna nell’auto, risultata rubata due giorni fa, si è «sperato» che quel materiale, compresi gli ordigni, fosse in realtà destinato a regolare conti tra clan rivali del Reggino, o forse per intimidire commercianti della zona.
Fonti investigative dell’Antimafia hanno però spiegato all’Ansa di non escludere affatto l’esistenza di un link tra l’auto imbottita di esplosivi e la visita del presidente. Solo una coincidenza? Non sembra. L’auto è stata infatti individuata «grazie a una segnalazione di una fonte confidenziale», ed è stata presumibilmente parcheggiata lì ieri, mentre Reggio Calabria era blindata da uomini delle forze dell’ordine per garantire la sicurezza di Napolitano. E dunque è plausibile che «sia un segnale di minaccia e intimidazione nei confronti dello Stato». Proprio la telefonata fa pensare a questa ipotesi, perché è considerata un «gesto di sfida di chi vuol far sapere, “vedete, riusciamo a piazzarvi sotto il naso una macchina con esplosivo nonostante tutta la città sia presidiata da poliziotti, carabinieri e finanzieri”». A far propendere invece per la pista di un’auto destinata a compiere estorsioni, la presenza di fucili e pistole, che non avrebbe avuto senso per le cosche «sacrificare» per un mero gesto dimostrativo. Di certo, a qualsiasi scopo fosse destinata, quella macchina testimonia il radicamento della ’ndrangheta sul territorio.
Una presenza forte, nonostante gli eccellenti risultati ottenuti negli ultimi mesi, con l’arresto di molti latitanti ed esponenti di primo piano della criminalità organizzata calabrese. Un impegno del governo, delle forze dell’ordine e della magistratura, che si riflette come detto nel giudizio lusinghiero del Capo dello Stato per il lavoro del governo nella guerra contro la ’ndrangheta, accompagnato dall’invito a rendere endemica, «sistematica» la lotta che Stato e Istituzioni devono sostenere «per affermare la legalità». «Considero molto positivo - ha spiegato Napolitano - l’impegno del governo in questi giorni. Sono stato e sono in continuo contatto con i ministri dell’Interno e della Giustizia. «Dev’essere chiaro - ha continuato - che la Calabria è in prima linea nella lotta alla criminalità, per la sicurezza e la libertà nel nostro Paese, e lo stato nazionale in tutte le sue espressioni deve essere in prima linea con la Calabria». Che dal canto suo, ha spiegato Napolitano, «deve mobilitarsi di più». Quanto ai fatti di Rosarno («nostra responsabilità di rappresentanti dello Stato non aver saputo prevenire»), il presidente della Repubblica ha spiegato che ora servono «ordine e legalità», unica ricetta per evitare nuove rivolte.
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