Automotive

Semiconduttori, quei chip così importanti: il punto sul piano Ue

La pandemia ci ha mostrato l’importanza di questi componenti per l’auto moderna, l’Unione Europea è corsa (in ritardo) ai ripari per ridurre la dipendenza dai paesi asiatici

Semiconduttori, quei chip così importanti: il punto sul piano Ue

Nei primi mesi del 2020 il mondo ha riscoperto il concetto e soprattutto gli effetti di una pandemia. Qualcosa che sembrava così lontano e così difficile dal verificarsi. L’economia internazionale ha rallentato drasticamente e con essa la produzione industriale. Quando le fabbriche hanno riaperto a singhiozzo ci si è accorti però che mancava qualcosa di essenziale: i microchip o semiconduttori. Così piccoli e così importanti, non soltanto per l’elettronica di massa ma anche per le auto moderne. Niente chip, niente infotainment, sistemi Key-Less o cluster digitali.

Le catene di montaggio hanno iniziato ad interrompersi o a saltare intere settimane, se non mesi. Sono iniziati i ritardi nelle consegne e al contempo alcuni marchi sono corsi ai ripari, offrendo vetture con un quadro strumenti nuovamente analogico oppure riducendo le chiavi elettroniche per velocizzare i processi. Il sistema ha iniziato a privilegiare i settori più remunerativi, come ad esempio quelli di smartphone e elettronica di massa, con l’industria automotive che ha pagato il dazio più grande. In questo scenario l’Europa si è accorta quanto una componente così piccola possa creare così tanto scompiglio e ha provato (in ritardo) a correre ai ripari, varando un piano che potesse ridurre la dipendenza dai paesi asiatici, creando al contempo una filiera forte che potesse servire l’industria comunitaria.

Microchip

In Italia è stato addirittura invocato il Golden Power per bloccare l’acquisizione di un’azienda di semiconduttori da parte di un colosso cinese. La cosiddetta European Chips Initiative, o Chips Act ha visto l’UE stanziare 3,3 miliardi di euro (circa 0,5 miliardi all'anno in sette anni) con una mossa che per molti è stata sì necessaria ma operata nel modo sbagliato: ricordiamo che i finanziamenti attraverso fondi pubblici possono essere giustificati soltanto se un determinato settore non può finanziarsi con mezzi di mercato. Da qui le discussioni sull’opportunità di operare in questo modo da parte della Commissione, specialmente in un settore che non è nuovo e che già in passato aveva ricevuto un sostegno. Tant’è che comunque l’operazione è stata portata avanti principalmente reindirizzando fondi da altre parti del bilancio dell'UE. L'unico nuovo finanziamento è stato di 250 milioni di euro, pari a circa l'8 % del totale. Il 92 % dei 3,3 miliardi di euro arriva quindi dal taglio dei finanziamenti ad altre iniziative di ricerca o digitali.

Auto

L’European Chips Act promette però qualcosa di più grande: movimentare 45 miliardi di euro, 15 miliardi tra investimenti pubblici e privati e altri 30 previsti da programmi come Next Generation Eu, Horizon Europe e vari budget nazionali. Beneficiari di questi finanziamenti saranno non soltanto aziende con progetti unici e innovativi ma anche quelli che garantiscono potenza di calcolo, efficienza energetica, vantaggi ambientali e intelligenza artificiale. I controlli da parte della Commissione Europea sull’impiego dei fondi saranno tuttavia ridotti, con l’organo comunitario che potrà vigilare soltanto nelle situazioni di emergenza. Un tema oggetto di discussione interna, in particolare da coloro che stanno rivedendo il testo che il prossimo 1 dicembre dovrebbe essere approvato per poi portarlo alla votazione del Parlamento nel corso del 2023, è quello dell’allocazione dei fondi, con alcuni Stati Membri che hanno sollevato obiezioni riguardo possibili squilibri a favore di chi ha già un sistema industriale forte.

L’obiettivo dichiarato rimane comunque quello di arrivare al 20% delle quote di mercato per il settore dei chip, più che raddoppiando l’attuale 9%. Da questo punto di vista, l’Ue stringerà accordi di partnership anche con paesi come il Giappone e gli Stati Uniti, questi ultimi già attivi sui semiconduttori con il Chips for America Act, con proposte di sostegno finanziario di 52 miliardi di dollari. Il rischio dunque potrebbe essere quello di concentrarsi su un comparto che è già oggetto di grossi finanziamenti, combattendo una battaglia che non si può vincere. Diverso potrebbe essere il concentrarsi su uno sviluppo esclusivamente innovativo, inseguendo il sorpasso o la crescita in un altro modo.

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