Negli ultimi cinque anni Prada ha interrotto i rapporti commerciali con 222 fornitori e sub-appaltatori a seguito di violazioni dei requisiti di conformità, nell'ambito di una strategia di controllo della filiera definita a «tolleranza zero». Lo riporta il Financial Times, ricostruendo l'evoluzione dei sistemi di audit adottati dal gruppo a partire dal 2020, in un contesto di crescente attenzione regolatoria sul settore moda-lusso italiano. In questo periodo di tempo Prada ha condotto oltre 850 ispezioni presso fornitori diretti e indiretti, localizzati prevalentemente nel Nord e Centro Italia. Secondo quanto comunicato dall'azienda, più del 25% degli audit si è concluso con la rescissione dei contratti, un dato che evidenzia un livello di non conformità superiore agli standard medi del settore. Attualmente la rete produttiva del gruppo comprende circa mille fornitori e sub-appaltatori, sottoposti a procedure di monitoraggio rafforzate. Le violazioni riscontrate includono infrazioni rilevanti del diritto del lavoro, come la presenza di dormitori all'interno degli stabilimenti produttivi, carenze nei sistemi di salute e sicurezza e criticità nella gestione dei rifiuti industriali. Questi elementi rappresentano non solo un rischio reputazionale, ma anche potenziali passività legali.
La stretta sui controlli si inserisce nel quadro dell'indagine avviata dalla Procura di Milano sull'industria italiana della moda e del lusso, focalizzata su presunti casi di sfruttamento del lavoro lungo le catene di sub-appalto. L'attenzione degli inquirenti è rivolta in particolare alla responsabilità dei marchi nella supervisione dei fornitori indiretti, spesso coinvolti nell'impiego irregolare di lavoratori immigrati. Prada non risulta indagata, ma lo scorso dicembre la Procura ha richiesto informazioni al gruppo nell'ambito dell'inchiesta. La risposta dell'azienda, basata sulla trasparenza dei dati sugli audit e sulle rescissioni contrattuali, punta a dimostrare l'adozione di meccanismi di controllo attivo.
Dal punto di vista industriale, la riduzione del numero di fornitori e l'inasprimento dei criteri di selezione comportano un incremento dei costi di produzione e una minore flessibilità operativa nel breve termine. Nel medio-lungo periodo, però, il rafforzamento della governance della filiera può tradursi in maggiore tracciabilità e protezione del valore del marchio, aspetti centrali per i gruppi del lusso quotati e orientati agli investitori istituzionali.
Di certo, nell'intero settore la gestione della supply chain sta diventando una variabile strategica al pari della creatività e del posizionamento di mercato. In un contesto caratterizzato da pressione giudiziaria e aspettative Esg più stringenti, la capacità di dimostrare un controllo effettivo dei fornitori sta infatti diventando un fattore chiave di competitività.