Bamako ha paura e apre le trattative con gli jihadisti

Il presidente Keita annuncia in tv un tavolo di pace con i terroristi e mette a repentaglio le missioni militari europee e dell'Onu. Parigi: «Passo per l'inferno»

«In questo momento delicato ho il dovere e la missione di percorrere nuove strade per ristabilire la pace nel mio Paese. Il numero dei morti nel Sahel sta diventando sempre più preoccupante, per queste ragioni ho deciso di aprire a un confronto con i jihadisti, finalizzato ad allestire un tavolo di pace». I cronisti, incollati davanti alla tv di stato Ortm, non volevano credere alle parole pronunciate lo scorso 10 febbraio dal presidente della repubblica del Mali, Ibrahim Boubacar Keita. Qualcuno ha persino pensato che si trattasse di uno scherzo di cattivo gusto, ma quando Keita le ha ripetute al canale transalpino France 24 nessuno ha avuto più dubbi. Il Mali ha imboccato un percorso pericoloso, una strada che potrebbe non avere vie d'uscita: riconoscere i terroristi di Al Qaeda come autorità politica per tentare un accordo e chiudere la lunga stagione degli orrori.

Negli ultimi mesi l'esercito maliano, ma anche quello del Burkina Faso, ha subito perdite notevoli a causa della ripresa delle offensive jihadiste. L'escalation degli attentati e il continuo spargimento di sangue hanno portato le autorità di Bamako a ripensare la loro strategia. Non è stato specificato in che modo i poteri centrali intendano strutturare le trattative con i gruppi jihadisti. Tuttavia, Keita ha affidato a Dioncounda Traoré, suo alto rappresentante nelle regioni centrali del Paese, e già presidente ad interim del Mali, il compito di ascoltare tutte le parti interessate. Le aree del Centro e del Nord sono quelle più frequentemente aggredite dai gruppi islamisti. «Stiamo seguendo il modello adottato in Algeria spiega - quel percorso di dialogo ha generato armonia civile e ha permesso di far uscire migliaia di islamisti dalla macchia».

La notizia ha creato malumori soprattutto a Parigi. Due settimane prima del discorso di Keita, la Francia aveva deciso di rafforzare il suo contingente nella regione, inviando altri 600 uomini in aggiunta ai 4.500 già presenti sul territorio. Il ministro della Difesa francese, Florence Parly, ha reso noto inoltre l'avvio di nuove operazioni militari nella zona di confine tra Mali, Burkina Faso e Niger, dove la Francia e i suoi alleati operano contro la diffusione dei gruppi estremisti locali e per tentare di frenare l'emorragia di profughi verso il Mediterraneo. Nella regione è presente anche un contingente, di 45mila persone, facenti parte della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite. «La mossa di Keita è azzardata e pericolosa - ha spiegato Parly - siamo di fronte a una palese legittimazione di cellule terroristiche che dopo il discorso del presidente maliano inizieranno a cantare vittoria e a trasformare la zona del Sahel in un inferno».

Il 13 gennaio, il presidente francese Emmanuel Macron aveva ospitato i partner africani del G5 Sahel alla conferenza di Pau. In tale occasione, i leader di Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania si erano detti concordi nel rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza nel Sahel e avevano stabilito di creare un'unica struttura di comando militare sotto la quale condurre nuove operazioni antiterrorismo. L'estemporanea uscita di Keita rischia di mandare all'aria quanto fino a oggi costruito. Lo sottolinea anche il generale Francois Lecointre, capo di Stato Maggiore della Difesa francese: «Non penso sarà possibile risolvere il problema in Mali in meno di dieci, quindici anni, figuriamoci se si aprono trattative con i terroristi». Oltre allo Stato Islamico, lo ricordiamo, in Mali sono attivi diversi gruppi estremisti violenti, di matrice islamista, come il Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, ma anche al-Qaeda nel Magreb islamico, Ansar al-Dine, e il Macina Liberation Front. Sigle della sterminata galassia jihadista che utilizzano il Mali come base da cui partire per lanciare attacchi contro soldati e civili attraverso il vicino Burkina Faso, il Niger, spingendosi fino alla Libia e minacciando nazioni stabili come Tunisia e Marocco. Senza dimenticare che il Mali è attraversato tanto da questioni separatiste (i Tuareg nel 2012 costituirono nel Nord lo Stato indipendente dello Azawad) quanto da scontri religiosi e intercomunitari.

La nuova strategia adottata da Keita ha colto di sorpresa anche la Casa Bianca. Il presidente Donald Trump sembra intenzionato a ridurre la propria presenza nella regione. Un documento rilasciato in questi giorni dal Governo americano spiega che l'obiettivo di Washington nel Sahel è cambiato: da debellare i gruppi islamisti a contenerli soltanto. Lo United States Africa Command, il commando responsabile per le operazioni militari nel continente africano, teme uno spostamento di risorse dall'Africa subsahariana alla Libia, dove potenze straniere come la Russia e la Turchia sono sempre più coinvolte. Contrarie alla svolta maliana anche le Nazioni Unite. Per lo svolgimento della propria missione di protezione dei civili, l'Onu sta attualmente impiegando 17.123 uomini, schierati nelle principali città maliane tra cui Kidal, Gao, Timboctu, Mopti, con un costo di circa 1,1 miliardi di dollari annui. Secondo quanto affermato dal responsabile del Palazzo di vetro per le questioni del Sahel, Mahamat Saleh Annadif, «c'è il rischio che i movimenti terroristici possano assorbire, manipolare e rilanciare le antiche narrative nazionaliste delle minoranze antigovernative, offrendo supporto politico e logistico alle loro rivendicazioni, frantumando il Paese e rendendo instabile il cuore dell'Africa». Un'instabilità che mette a repentaglio anche la sicurezza dei contingenti italiani presenti per missioni di pace sia nel Mali sia in Niger. Al momento la Farnesina non ha commentato ufficialmente il nuovo indirizzo adottato da Bamako, ma è altrettanto vero che le recenti visite di Keita in Vaticano e al Quirinale impongono da parte della diplomazia italiana una certa cautela.

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