Banche costrette a cambiar pelle

INCONTRO Oggi Draghi vede i vertici dei big del credito: sul tavolo anche le proposte Usa

Il segretario generale della Cisl ha dichiarato che le banche hanno ripreso a investire i risparmi dei cittadini in maniera sconsiderata e senza controllo, che i bonus dei banchieri sono aumentati e che c’è il rischio di una nuova bolla speculativa. Ha poi aggiunto che il nostro governo e l'Unione europea devono sostenere l'offensiva del presidente Obama per studiare forme di tassazione sui profitti bancari e regolare bene il sistema bancario. Sono intervenute anche le due associazioni di consumatori più presenzialiste, Adusbef e Federconsumatori, sostenendo che in Italia occorrono norme stringenti per impedire al sistema bancario di elargire con criteri di discrezionalità allegri affidamenti ad amici e di giocare coi soldi dei depositanti.
Oggi il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, incontrerà a via Nazionale i sei maggiori gruppi bancari, e oggetto delle discussioni potrebbero essere proprio le proposte del presidente degli Usa, oltre all’analisi sull’evoluzione del quadro congiunturale e sulla situazione delle banche. Nel frattempo i big delle grandi banche si stanno per riunire a Davos, per la annuale discussione all'economia. E si dice che vogliano opporre un rifiuto a tutte le proposte di modifica del regime attuale.
Si tratta di una linea sbagliata, sia in America, che in Europa che in Italia. Rimanendo qui da noi, osservo che Bonanni (un sindacalista non estremista) cita rimedi di due ordini, le tassazioni e le regolamentazioni. Ed è su questo che occorre che i banchieri scelgano. Il menu di Obama è scarsamente applicabile, presso di noi. E, in gran parte, non serve né per evitare che i crac finanziari si ripetano, né per ravvivare il sistema del credito e indirizzarlo agli impieghi produttivi, e solo secondariamente a quelli finanziari. Cioè perché le banche si occupino più di Main Street che di Wall Street, come vorrebbero gli americani. Obama ha proposto una tassa dello 0,15% sugli indebitamenti a breve che le banche e gli altri intermediari finanziari effettuano, per finanziare trading in proprio, cioè loro operazioni a termine su titoli, valute, merci e derivati (vale a dire differenze di quotazioni di titoli, di prezzi di materie prime, di tassi di cambio). Ora una simile tassa non serve a impedire queste operazioni, serve a renderne il fisco partecipe: un po’ come una tassa sulle prestazioni delle case di tolleranza e sui viados, che non serve per ridurre questi commerci, ma per far guadagnare allo Stato una quota di tale «business».
Un discorso analogo farei per una imposta speciale sui bonus dei banchieri. In un certo senso, queste tasse e imposte di Obama sono un lasciapassare oneroso per le banche per continuare in pratiche rischiose, con la intesa tacita che se dovessero correre dei rischi eccessivi lo Stato le aiuterebbe, in cambio dei soldi ricevuti. Un altro progetto di Obama, è il divieto alle banche di credito di fare operazioni in proprio di trading. Dovrebbero usare i soldi dei clienti solo per il credito alla clientela: Main Streeet, non Wall Street. E quindi le banche che fanno entrambi le attività dovrebbero scindersi. È una regola che si può evadere affidando le operazioni in proprio a istituti collegati, come del resto già ora spesso accade. Comunque essa impegnerebbe gli istituti di credito in modifiche di strutture societarie, di statuti, di organizzazioni, con spostamenti di personale da un ente all’altro, che le distrarrebbe dai loro compiti prioritari. Che sono quelli di consolidare il proprio patrimonio con aumenti di capitale e di far ripartire il credito.
L’ultima misura annunciata da Obama limita la dimensione delle banche, che negli Usa, dopo le varie fusioni e incorporazioni, fatte prima della crisi e durante la crisi, sono oramai dei pachidermi. In Europa non ci sono colossi di questa dimensione e quindi non si tratta di un provvedimento interessante per noi. Rimane però chiaro che i banchieri europei e italiani, se non vogliono nuove tasse punitive, debbono accettare nuove regole che rendano più trasparenti le loro attività e che limitino i loro impegni rischiosi privi di adeguata copertura, onde i loro mezzi siano maggiormente indirizzati a Main Street. Se le rifiutano, subiranno nuovi balzelli tributari, più o meno populisti, con una differenza rispetto alle tasse di Obama, che da noi il fisco è più tignoso.
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