Per oltre quindici anni l'Occidente ha vissuto dentro una gigantesca anomalia monetaria, scambiandola per normalità. Tassi azzerati, liquidità abbondante, debito a costo quasi nullo e banche centrali trasformate nei grandi stabilizzatori permanenti dell'economia hanno alimentato l'illusione che il denaro non avesse più un prezzo reale. Dopo la crisi del 2008 e, successivamente, durante la pandemia, il mondo ha scelto di anestetizzare il rischio attraverso politiche monetarie ultraespansive che hanno sostenuto consumi, mercati finanziari e debiti pubblici. Ma quell'equilibrio si reggeva su una condizione essenziale: inflazione bassa ed energia relativamente stabile. Quando il Covid ha spezzato le catene globali dell'offerta e la guerra in Ucraina ha riacceso il costo dell'energia, l'inflazione è tornata con una violenza che l'Europa non vedeva da tempo. A quel punto la lunga stagione del denaro quasi gratis è finita bruscamente. La Bce è stata costretta a rialzare i tassi con una rapidità senza precedenti per evitare che la spirale inflazionistica si consolidasse. Oggi, mentre la crisi mediorientale e il rischio Iran riportano tensione sui mercati energetici, il mondo si trova davanti a una nuova fragilità: crescita debole, costo del capitale più alto e inflazione che può riaccendersi in qualsiasi momento.
Eppure, gli shock degli ultimi anni hanno prodotto anche un effetto meno raccontato, ma importante: una forte selezione del sistema produttivo. Molte imprese fragili sono uscite dal mercato; altre hanno dovuto rafforzare i bilanci, ridurre l'indebitamento, migliorare la gestione finanziaria e tornare a una maggiore disciplina industriale. In Italia una parte significativa del tessuto produttivo ha mostrato una capacità di adattamento superiore alle attese. Il rialzo dei tassi ha imposto maggiore attenzione ai margini, agli investimenti e alla solidità patrimoniale. È il passaggio da un capitalismo sostenuto dalla leva finanziaria a un capitalismo chiamato a reggersi maggiormente sulla produttività. Il governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta, ha richiamato più volte questo equilibrio delicato: la prudenza monetaria resta necessaria, ma non deve soffocare il credito all'economia reale. Ed è qui che emerge il nodo italiano. Il nostro Paese arriva a questa fase con un alto debito pubblico, ma anche con alcuni elementi di stabilizzazione che i mercati hanno riconosciuto: la linea prudente sui conti seguita dal governo Meloni, il sostegno agli investimenti garantito dal Pnrr e il progressivo rallentamento dell'inflazione favorito dalla politica monetaria della Bce hanno contribuito a ridurre la pressione sui titoli di Stato italiani e sul costo del denaro. È un equilibrio ancora fragile, ma molto diverso dalle tensioni vissute in altre stagioni della nostra storia finanziaria.
C'è però un elemento che rende questa fase ancora più contraddittoria: i mercati finanziari sembrano ignorare quasi completamente i segnali di rallentamento dell'economia reale. Le Borse continuano a crescere con una forza impressionante nonostante guerre, tensioni geopolitiche, debiti pubblici record e crescita debole. La finanza globale appare convinta che le banche centrali, alla fine, torneranno comunque a proteggere i mercati da shock troppo profondi. Inoltre, l'enorme liquidità accumulata negli anni passati continua a sostenere gli asset finanziari, mentre l'intelligenza artificiale alimenta nuove aspettative di crescita e produttività. Ma questa apparente indifferenza dei listini contiene anche un rischio evidente: la crescente dissociazione tra economia reale e valutazioni finanziarie. L'economista Donato Masciandaro ha più volte richiamato il pericolo di una dipendenza strutturale dalle politiche monetarie espansive. Quando i mercati si abituano all'idea che il denaro resterà sempre abbondante, il ritorno alla normalità monetaria diventa inevitabilmente traumatico. E il trauma, in parte, è già sotto gli occhi di tutti.
Sicché l'Italia dovrà affrontare questa nuova fase con realismo. Il debito pubblico continuerà a pesare, il costo dell'energia resterà una variabile strategica e molte piccole e medie imprese saranno esposte a un contesto più selettivo. Ma proprio questa stagione può diventare anche un'occasione di maturazione del sistema industriale. Le imprese solide, innovative, internazionalizzate e patrimonializzate reggeranno l'urto; quelle costruite sul debito facile e sui margini artificialmente sostenuti dalla liquidità entreranno invece in difficoltà. Per questo il tema non è soltanto monetario, ma industriale e politico insieme. L'Italia deve prepararsi a un mondo nel quale il denaro tornerà ad avere un prezzo, l'energia sarà più instabile e la competitività dipenderà sempre di più da produttività, tecnologia ed efficienza. Dipenderà anche dalla capacità del governo di cogliere il momento, aprendo un tavolo permanente con il mondo delle imprese, con al centro l'obiettivo comune della crescita.
È finita l'epoca nella quale le fragilità potevano essere nascoste sotto la coperta della liquidità infinita.
Comincia quella nella quale ogni inefficienza presenterà il conto. E soprattutto comincia il tempo in cui bisognerà accettare una verità che politica e mercati hanno a lungo rimosso: il mondo del denaro quasi gratis e dei mutui all'uno per cento non tornerà più.