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Se il maggior azionista sceglie l'astensione

Se sei il primo azionista, non puoi comportarti come un comprimario. Le incomprensioni spiegano il clima, ma non giustificano la scelta

Se il maggior azionista sceglie l'astensione
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C'è qualcosa di stonato nella scelta della holding Delfin di presentarsi all'assemblea del Monte dei Paschi con il peso del primo azionista relativo - il 17,5% non è una partecipazione qualunque - e poi scegliere l'astensione. Una posizione che, qualora fosse confermata l'indiscrezione del Sole 24 Ore, nella grammatica della finanza equivale a una resa elegante: non disturbo il manovratore, ma neppure mi assumo la responsabilità di dire dove voglio portare la banca. Eppure, proprio a chi detiene una quota così significativa si richiede esattamente il contrario: visione, coraggio, e soprattutto chiarezza. L'astensione, in questo contesto, non è neutralità. È adesione implicita alla linea che passerà, verosimilmente quella sostenuta dai grandi fondi internazionali, allineati ai proxy advisor. Tradotto: Delfin si sfila, ma senza opporsi davvero.

Il punto politico - prima ancora che finanziario - è tutto qui. Se sei il primo azionista, non puoi comportarti come un comprimario. Le incomprensioni con il gruppo Caltagirone spiegano il clima, ma non giustificano la scelta. I dissapori tra soci fanno parte del gioco, soprattutto quando in ballo c'è la governance di una banca che per anni è stata terreno di scontro e laboratorio di equilibri fragili. Certamente il fatto che non ci siano state consultazioni a 360 gradi sulle modalità di formazione della lista del cda oggi ha il suo peso: una scelta discutibile, che meriterebbe un approfondimento. Tuttavia, trasformare un contrasto in un non-posizionamento rischia di apparire più come una rinuncia che come una strategia. Anche perché, nel frattempo, altri decidono. E decidono su una lista di consiglio che, piaccia o meno, appare destinata a passare senza particolari scossoni.

C'è poi il nodo della gestione Lovaglio, che negli ultimi tempi ha offerto più di un appiglio critico, soprattutto sul piano della comunicazione. Dichiarazioni poco calibrate, aperture che hanno alimentato incertezze - come quella sulla possibile cessione della quota in Generali - hanno contribuito a creare un contesto tutt'altro che rassicurante. Ma proprio qui si innesta la contraddizione: se davvero si nutrono dubbi sulla linea dell'attuale management, l'astensione diventa ancora più incomprensibile. Perché non votare contro? Perché non provare a costruire un'alternativa? Se invece, al contrario, si ritiene che la stabilità venga prima di tutto, allora tanto varrebbe sostenerla apertamente. Restare nel mezzo, in queste partite, è spesso la scelta meno efficace.

Il risultato è una postura ambigua che rischia di indebolire il ruolo stesso di Delfin all'interno della banca. Essere azionista di maggioranza relativa non è un titolo onorifico, è una responsabilità. Significa incidere, orientare, talvolta anche esporsi.

L'impressione, invece, è che si preferisca attendere, osservare, magari ricalibrare le mosse più avanti. Legittimo, per carità. Ma poco coerente con il peso dichiarato. In finanza, come in politica, il potere che non si esercita tende a evaporare. E a Siena, di vuoti di potere, se ne sono già visti fin troppi.

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