Bari, il giallo della cena Tarantini-D’Alema

Dall’inchiesta sul malaffare della Sanità pugliese spunta l’intercettazione che confermerebbe l’incontro fra "Baffino" e l’imprenditore al centro dello scandalo. Oltre che sui finanziamenti illeciti ai partiti si indaga sui voti di scambio

Bari, il giallo della cena Tarantini-D’Alema

nostro inviato a Bari

Una cena con giallo, un convitato chiacchierone. Nel fascicolo del pm barese Desirée Digeronimo, che indaga su un presunto sistema di malaffare nella sanità regionale pugliese, troverebbe spazio anche l’intercettazione di uno dei protagonisti dell’inchiesta, riferita a un incontro a tavola a cui sarebbero stati presenti l’imprenditore Giampaolo Tarantini (indagato nel filone parallelo del pm Pino Scelsi), il sindaco di Bari Michele Emiliano e l’esponente del Pd Massimo D’Alema.
Di una cena di autofinanziamento del Pd, pagata da Tarantini e organizzata in un ristorante barese nel 2008, che vedeva tra i presenti proprio D’Alema e il sindaco oltre a dirigenti e imprenditori sanitari, si era già parlato un mese fa, quando Emiliano raccontò di essere rimasto «raggelato» alla vista dell’imprenditore, e di aver atteso D’Alema per portarlo via da quel consesso il prima possibile. Una versione smentita a caldo dal vicesegretario regionale del Pd, Michele Mazzarano, indicato dal primo cittadino come «ideatore» della serata, che oltre a negare quel ruolo disse che Emiliano non era né fuggito in tutta fretta né aveva manifestato dubbi sull’opportunità di presenziare alla tavolata.
Ora anche nell’intercettazione agli atti, che non è certo sia relativa allo stesso incontro, l’interlocutore confermerebbe che l’apparizione di «baffino» e del sindaco non sarebbe stata così mordi e fuggi. Un punto da chiarire in più nell’inchiesta della Digeronimo, che sta incrociando dati contabili, bancari e testimonianze per far luce su un presunto sistema di finanziamento illecito ai partiti del centrosinistra.
A inizio agosto il magistrato della Dda aveva sequestrato i bilanci dal 2005 al 2008 delle sezioni regionali di Pd, Lista Emiliano, Sinistra e Libertà, Socialisti Autonomisti e Prc. L’ipotesi è che il meccanismo, che potrebbe coinvolgere non soltanto rappresentanti locali del centrosinistra al governo della regione, ma anche esponenti nazionali, prevedesse il ritorno nelle casse dei partiti di parte dei maggiori guadagni assicurati a imprenditori e fornitori della sanità regionale con appalti e contratti «facilitati». Ma si indaga anche sul voto di scambio, visto che lo scorso primo settembre Desirée Digeronimo è volata a Milano per raccogliere le dichiarazioni di un aspirante collaboratore di giustizia, che avrebbe riferito di patti tra politici e imprenditori, con promesse di «appalti e utilità» contro voti per le elezioni.
È però sulle forniture di protesi sanitarie si concentra ora il lavoro degli inquirenti. I carabinieri al lavoro per conto della pm barese, infatti, avrebbero stimato che le società dei figli dell’ex assessore Alberto Tedesco (difeso e mantenuto nell’incarico dal governatore Nichi Vendola quando, due anni fa, il consiglio regionale ne chiese le dimissioni proprio per il sospetto di un conflitto di interessi) avrebbero gestito il 65 per cento del mercato delle protesi nella sanità pugliese, che secondo una stima degli investigatori vale circa 30 milioni di euro l’anno. Percentuale ritenuta gonfiata dallo stesso senatore indagato, che ipotizza il giro d’affari delle imprese dei suoi figli in un 15 per cento al massimo. Corposo, insomma, ma non quasi da monopolista. Tedesco, peraltro, si difende su tutta la linea in una memoria consegnata alla Digeronimo pochi giorni fa, in cui nega che il suo partito d’origine (i Socialisti autonomisti, mentre ora il senatore è iscritto al Pd) abbia “mai ricevuto finanziamenti illeciti”. E sostiene di aver guidato la sanità pugliese secondo principi di “buona amministrazione” nel “pubblico interesse”. Intanto ieri è cominciata la missione pugliese della Commissione parlamentare di inchiesta su efficacia ed efficienza del Servizio sanitario nazionale, che ha incontrato il direttore generale del Policlinico di Bari, Vitangelo Dattoli, e sembra ricalcare la falsariga delle indagini in corso. Chiesta infatti l’acquisizione degli atti relativi alla fornitura di protesi, le dichiarazioni di infungibilità (che permettevano di aggirare i vincoli delle gare d’appalto), i dati sull’appalto per la ristorazione del polo ospedaliero e la documentazione sui capitoli di spesa (spesa ritenuta eccessiva) per i macchinari per la Pet e la radioterapia.