Basta un gesto: solidarietà e amicizia per sconfiggere la paura

Piacerebbe a me e a molti che di nuovo, in questo momento, la solidarietà e l’amicizia sconfiggessero la paura, che è l’unica vera malattia da tenere a distanza

Il 21 gennaio scorso giovani musicisti italiani e cinesi, uniti in un’unica orchestra, inauguravano all’Auditorium di Roma l’anno dedicato ai rapporti culturali tra Italia e Cina. Quello stesso teatro al cui esterno campeggiano due grandi leoni di pietra, donati dalla Repubblica Popolare nel corso di un’altra cerimonia fatta per celebrare l’amicizia, dodici anni fa. In quelle stesse ore però arrivavano le prime notizie sull’esplosione nella città di Whuan del primo nucleo della nuova influenza.

La musica, l’arte e la cultura nel suo complesso hanno sempre costituito il terreno di costruzione delle relazioni tra le due nazioni, potremmo dire tra le due civiltà, molto più e molto prima degli scambi commerciali. Perché di questo si tratta: nell’epoca in cui c’è chi è arrivato a indicare lo scontro tra civiltà quale segno dei tempi, mai per un solo momento le due civiltà, simbolicamente poste nei punti estremi della via della seta, si sono avvertite come contrapposte, come distanti, come incompatibili.

L’incontro tra le due culture si è sviluppato nel corso dei secoli fino a costituire una base naturale di reciproco riconoscimento nei decenni in cui la Cina è tornata ad aprirsi al dialogo con il mondo. Anzi di più. Pure quando la guerra fredda creava fratture e alzava barriere continentali fondate su ideologie antitetiche, gli scambi di studio e conoscenza tra i due Paesi sono stati sempre vivi, forti di legami antichi ma anche sostenuti dalla curiosità e dall’interesse per le evoluzioni di una società che si accingeva ad affrontare la modernità lungo percorsi originali rispetto a quelli tracciati dall’Occidente.

Troppo facile è citare i viaggi di Polo, le frequentazioni di Matteo Ricci, l’avventura moderna di Barzini con la sua Itala, a riprova di quanto attuale fosse anche nella seconda parte del secolo scorso l’interesse per quella terra d’Oriente, e quanto lì si considerasse l’influenza culturale del nostro Paese, basterebbe ricordare Curzio Malaparte. Forse il più eclettico tra gli intellettuali italiani del Novecento che, tra il 1956 e il ’57 soggiornò a lungo in Cina tracciandone un resoconto entusiastico e profetizzando una comunità di orizzonti con la propria terra natale. Un incontro naturale, ho detto, perché così è sembrato in ogni sua fase.

A dispetto di differenze formali evidenti, nei costumi, negli usi, nelle tradizioni alimentari, c’è tra i due popoli un’identica propensione per la grazia, per la raffinatezza estetica, per la composizione e la musica che li rende capaci di intendersi. Una caratteristica che non è patrimonio di élite ma è nel dna popolare formatosi lungo il corso dei millenni. Non credo di esagerare sottolineando questi aspetti; l’esperienza di questi anni, in cui sempre più frequenti si sono fatti gli scambi e il reciproco spostamento, anche definitivo, di gruppi di persone tra l’Italia e la Cina, ci mostra che raramente si sono registrati episodi di ostilità o, semplicemente, di diffidenza tra comunità fortemente legate alle proprie tradizioni ma capaci di influenzarsi senza traumi e fondersi nella vita e nell’attività quotidiana.

Rischia forse questo legame di essere messo in discussione dall’onda di una paura, in gran parte infondata, per un altro tipo di contaminazione, quella che pare minacciare la salute. Certamente no. Se qualche episodio dovuto solo alla stupidità può aver fatto temere per il crearsi di una frattura basata sui tratti somatici, se l’interruzione delle comunicazioni fisiche può far pensare ad un ritorno di distanze, la forza di un’amicizia ormai consolidata e di culture che si parlano e si capiscono è sicuramente più forte. Nella nostra Napoli, la città che più di ogni altra incarna la capacità di guardare oltre i problemi, di fronte alla difficoltà si dice che “la nottata deve passare”; cioè che bisogna solo aspettare che il buio finisca e torni il sole.

Ricordo che in occasione di una nottata simile all’attuale, quella che mise alla prova la Cina già nel 2003, fu un volo di Stato italiano, una missione commerciale del nostro Ministero del Commercio Estero a rompere un embargo non dichiarato ma praticato dai paesi occidentali. L’Italia fece un gesto di rassicurazione che divenne un segnale per tutti. Piacerebbe a me e a molti che di nuovo, in questo momento, la solidarietà e l’amicizia sconfiggessero la paura, che è l’unica vera malattia da tenere a distanza.

L’autore è presidente della Fondazione La Quadriennale di Roma e direttore di Federculture

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