La beffa della carta d’identità elettronica

È bello sapere che cambiano i governi ma i burocrati restano. Una delle poche certezze della vita. Ho letto sui giornali che il 29 giugno è stato introdotto per la prima volta in Italia il passaporto elettronico con tanto di impronte digitali memorizzate in un microchip. Io dal 2003 avevo la carta d’identità, col microchip. Misurava 8,5 centimetri di base per 5,4 di altezza, quanto una tessera bancomat. Una bellezza. Indeformabile, ingualcibile, sempre a portata di mano come le carte di credito. Nei giorni scorsi me l’hanno rinnovata. Adesso è larga 21 centimetri e alta 29,7. Tredici volte tanto.
Non dovete fare sforzi per immaginarvi il documento che mi hanno consegnato all’ufficio anagrafe della mia città: sono esattamente le dimensioni di un foglio A4, quello che esce dalla stampante o dalla fotocopiatrice. Anzi, è proprio un foglio di stampante. Sissignori, d’ora in avanti dovrò girare con un foglio nel portafoglio (mai sostantivo fu più appropriato). Il direttore del Giornale pensava che scherzassi: «Incredibile. Ma quando ti consegneranno la carta d’identità definitiva?». L’aveva scambiato per un documento provvisorio, tipo il foglio rosa che precede la patente o il foglio di via che sostituisce per 60 giorni la carta di circolazione. No, no, forse non mi sono spiegato bene: il foglio è la mia nuova identità. Ne sarà orgoglioso Giuliano Ferrara, spero. D’ora in avanti la carta d’identità avrà valore soltanto se sarà accompagnata dal pezzo di carta uscito da una normalissima stampante a getto d’inchiostro. Io «sono» questo foglio. In tutti i Paesi della Comunità europea. E se nel frattempo dovesse macerarsi, stingersi, lacerarsi, mi daranno un altro foglio, e poi un altro, e un altro ancora. Tanto che cosa costa stamparlo con la Hp?
Per farcelo stare nel portafoglio, l’ho dovuto ripiegare tre volte su stesso, fino a farlo diventare un kilt, avete presente il gonnellino plissettato degli scozzesi? Consapevole che la tasca posteriore dei pantaloni o, per meglio dire, il gluteo non protegge a sufficienza l’identità, mi sono dovuto procurare in cartoleria una custodia di plastica che avesse le misure adatte a contenere la reliquia. Ora si trova in buona compagnia, in mezzo alle banconote da 10 euro. L’unica collocazione possibile.
Sul foglio si legge che «a seguito del decreto legge 112/2008 convertito dalla legge n. 133 del 06/08/2008 art. 31 si certifica che la data di scadenza della Carta d’Identità Elettronica numero AA0048937, intestata a (...) è stata prorogata fino al 08/10/2013, pertanto dovrà considerarsi come documento di riconoscimento valido fino a tale data». Elementare, Watson. C’è anche lo stemma della Repubblica italiana. Solo che la stella inscritta nella ruota dentata, anziché bianca, è di colore rosso pieno. Nostalgia dell’Urss? Omaggio alla brigata partigiana che combatteva a Marzabotto e dintorni? Tifoseria per la squadra di Belgrado? Va’ a saperlo. Comunque segnalo la difformità cromatica rispetto al simbolo ufficiale.
Notare bene: il foglio proroga la validità del documento di soli 4 anni, neanche 5, come usava un tempo. E questo in base alla legge citata, che ha prolungato la durata della carta d’identità da 5 a 10 anni. Siccome la tesserina magnetica mi fu rilasciata nel 2003, dovrò ripresentarmi all’anagrafe nel 2013. Per la consegna di un secondo foglio, immagino.
Pare che all’inizio questi fogli fossero redatti soltanto in lingua italiana. Immaginate che cos’è accaduto ai nostri connazionali che li hanno presentati al posto del passaporto in Finlandia o in Lettonia. Poi un’anima pia ha pensato bene di aggiungerci l’intestazione «Expiration date extension» e una traduzione in inglese. Resta il fatto che anche mio figlio di 13 anni, usando scanner e stampante, potrebbe sfornare centinaia di queste «estensioni della data di scadenza». Insomma: sicurezza zero. Un ufficio inventa il passaporto con le impronte elettroniche, l’ufficio accanto trasforma la carta da fotocopie in carta d’identità. Da non credere.
Nella mia ingenuità, pensavo che la tessera plastificata consegnatami sei anni fa sarebbe stata, a differenza del suo titolare, immortale. Anche perché, per averla, avevo fatto i salti mortali. «Mi dispiace, oggi il terminale non è collegato col ministero dell’Interno, torni un altro giorno», mi ero sentito ripetere decine di volte dall’impiegata. Alla fine avevamo raggiunto un accordo: signora, mi chiami quando il collegamento funziona. Dopo quattro mesi, la telefonata tanto attesa: «Venga subito! Forse è la volta buona. Però non posso garantirle nulla. Il tempo che arriva, e magari la linea cade di nuovo. A suo rischio e pericolo». Alle 12 in punto ero negli uffici comunali, in coda con altri privilegiati. Alle 13.15 la macchinetta aveva finalmente sputato il badge che incorporava la fototessera scattata sul posto, la firma elettronica, l’ologramma antifalsificazioni, la banda ottica a lettura laser e il microprocessore che in teoria (molto in teoria) dovrebbe custodire, come avviene nelle altre nazioni della Ue, persino le informazioni sanitarie e previdenziali dell’interessato, a cominciare dal gruppo sanguigno e dai dati biometrici.
Non crediate che i tempi per il prolungamento della validità siano più rapidi di quelli per il rilascio dell’originale. In Bulgaria riescono a emettere la tessera elettronica in dieci minuti, come sperimentò anni fa un mio amico imprenditore che ha la doppia cittadinanza. In Italia invece si perdono intere mezze giornate. Anche per ottenere il predetto foglio di stampante, infatti, occorre che il collegamento con Roma sia funzionante. Quando mi sono presentato all’anagrafe, era manco a dirlo disattivato «causa aggiornamenti».
A questo punto vi starete chiedendo, e io con voi: ma perché non sostituiscono le tessere d’identità scadute con un badge tutto nuovo? Ah, saperlo! Ci sarebbero di mezzo: a) gli insondabili contrasti fra le mezzemaniche dei tre ministeri (Interno, Finanze e Sanità) coinvolti nella faccenda, ognuno geloso custode dei propri dati; b) la farraginosità delle procedure che costringono i Comuni - si parla tanto di federalismo - a dipendere dall’Ina (l’Indice nazionale delle anagrafi istituito presso il Viminale) anziché dalla vecchia e cara anagrafe locale; c) gli obsoleti collegamenti telematici tra uffici periferici e cervellone centrale; d) i costi dell’innovazione.
È dal 2004, da quando il progetto sperimentale fu avviato in 139 degli 8.101 Comuni italiani (appena l’1,72 per cento del totale), che va avanti questa solfa. Ma non poteva il ministero fornire alle singole municipalità i badge in bianco e la tecnologia informatica necessaria per compilarli, prevedendo il solo obbligo di scaricare periodicamente all’Ina gli estremi delle carte d’identità elettroniche rilasciate, senza coinvolgere i cittadini in questo girone infernale? È ciò che i burocrati periferici avevano suggerito ai burocrati centrali. Niente da fare: troppo semplice, per le menti di Roma.
I Comuni partecipanti al progetto-pilota avrebbero dovuto sostituire i documenti cartacei a tutti i cittadini nell’arco di 12 mesi, pena la perdita del contributo ministeriale. A parte che sarei curioso di sapere quali città hanno centrato questo ambizioso obiettivo, adesso che senso ha compiere l’operazione inversa, cioè costringere i possessori della carta d’identità elettronica a portarsi sempre appresso un foglio formato A4?
Così mi ritrovo in tasca due documenti: uno di plastica e uno di carta, il secondo dei quali indispensabile a garantire la validità del primo, per una superficie complessiva di 670 centimetri quadrati. E allora rivoglio indietro la mia prima carta d’identità. Quella che avevo a 14 anni. Quella, come dice la parola stessa, di carta. O di cartoncino, fate voi. Una sola. Base 15 centimetri per 11 di altezza. Quattro volte più piccola. Sono già abbastanza ingombrante di mio.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

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