Tra Berlusconi e Fini l’Udc della discordia Duello sul caso Lazio

RomaRivendicare la fedeltà al bipolarismo. Denunciare il movimento ondivago dei centristi, anche attraverso il sigillo dell’Ufficio di presidenza, mercoledì, da apporre su un documento ad hoc, duro nei toni ma con un’apertura verso i ravvedimenti dell’ultima ora. E poi, declassare un’eventuale intesa con l’Udc a semplice «accordo locale», demandando la scelta ai dirigenti territoriali, «a seconda delle nostre esigenze». È questa la road map del Pdl. Provvisoria e forse un po’ al ribasso per Silvio Berlusconi. Convinto com’è che la linea dura, nei confronti di Pier Ferdinando Casini, la cui politica dei due forni continua a considerare «intollerabile», potrebbe produrre anche vantaggi alla maggioranza. Senza contare che eviterebbe di affrontare la campagna elettorale - è il ragionamento riferito dai suoi - cambiando impostazione da regione a regione. Perché si tratta di un appuntamento che ha il sapore di una consultazione nazionale e che necessita, quindi, di una comunicazione basata su «messaggi semplici, di immediata comprensione», a prescindere dalla città in cui si svolge il comizio di turno.
Dentro o fuori, con noi o contro di noi, vorrebbe sbottare il Cavaliere, per nulla disposto ad assecondare le convenienze di Casini. Di cui non si fida («anche lui ha tentato di farmi fuori politicamente, ai tempi della bocciatura del Lodo Alfano», ha ripetuto spesso). E che sottovaluta, secondo il pensiero di Berlusconi, la forte e storica preponderanza verso destra del suo zoccolo duro, su cui il Pdl potrebbe puntare. Non a caso, fa notare Osvaldo Napoli, «gli elettori hanno confermato spesso di avere le idee molto più chiare di tanti dirigenti politici». In più, aggiungono con fastidio nella maggioranza, il reale obiettivo di Casini sarebbe quello di condurre una campagna elettorale contro il premier. «Non avrei nulla contro le alleanze locali con l’Udc, se queste fossero tali. Peccato che la strategia di Casini di stare un po’ di qua e un po’ di là», spiega Giorgio Stracquadanio, «abbia come obiettivo lo smantellamento del bipolarismo e l’indebolimento della leadership del presidente del Consiglio». Rintuzza un ministro: «Il Pdl non ha mai minacciato nulla, ma ha soltanto chiesto all’Udc di operare una scelta strategica. Per tutta risposta, abbiamo subìto reazioni spropositate, dettate dal nervosismo».
Berlusconi, per capirci, risponderebbe per le rime alla minaccia, ventilata ieri da Casini al Corriere della Sera, di stracciare l’intesa anche nel Lazio, qualora il Pdl decidesse di ridiscutere gli accordi su scala nazionale. Ma il Cavaliere deve tenere conto di due aspetti inibitori.
Primo: c’è un’ala moderata, nel Pdl, a cui appartiene pure Fabrizio Cicchitto, che invita alla prudenza: «È evidente che esistono con l’Udc chiari elementi di differenziazione», ma «bisogna lasciare che le nostre organizzazioni regionali siano libere di realizzare alleanze anche con l’Udc, nelle situazioni in cui ciò deriva dalle concrete esperienze fatte in questi anni e dove ciò va incontro alla dinamica politica avvertita dall’elettorato moderato e riformista di centro».
Secondo: a farsi carico del pre-accordo nel Lazio, unico finora abbozzato nelle 13 regioni chiamate alle urne, è stato Gianfranco Fini, sponsor della candidatura di Renata Polverini. E il presidente della Camera non muoverà certo un dito per appoggiare l’eventuale linea intransigente di Berlusconi. Semmai, si opporrà allo strappo, anche a rischio di compromettere i rapporti già delicati con il premier. Ma se Fini rimane in silenzio, a parlare sono i suoi uomini di fiducia, lesti a prendere spunto da un sondaggio di Renato Mannheimer sul Corriere, secondo cui, riassume Italo Bocchino, la terza carica dello Stato avrebbe una «grande capacità di attrazione dell’elettorato centrista, una ragione in più per non rompere con l’Udc e per confermare le intese in itinere, anche al fine di avviare un percorso che da qui alle politiche porti ad un’alleanza definitiva». Fini, rintuzza Carmelo Briguglio - sempre in riferimento alla rilevazione Ispo, in cui non si specifica però la composizione partitica del campione che «si sente» di centro - «nel Pdl è la personalità che, più di ogni altro, è in grado di attrarre gli elettori di centro e quindi di attrarre nuove e consistenti aree di consenso». Una chiave di lettura che agita però i falchi ex azzurri, che si chiedono: «E se fosse la prova che Fini stia già lavorando per scalzare Berlusconi?».
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