Berlusconi: «Restiamo a Kabul» Sventato attentato a New York

MISSIONI «Il nostro Paese conta così tanto grazie a ciò che fa nelle crisi internazionali»

Berlusconi: «Restiamo a Kabul» Sventato attentato a New York

nostro inviato a New York

Nel giorno in cui il contingente italiano in Afghanistan subisce il terzo agguato in una settimana con due paracadutisti della Folgore leggermente feriti in uno scontro a fuoco vicino a Shindand, Silvio Berlusconi ribadisce da New York che «la missione non cambia». E che qualsiasi exit o transition strategy che dir si voglia sarà valutata e decisa insieme agli alleati.
Sul punto, nonostante i morti di Kabul siano ancora una ferita aperta, il premier non ha dubbi. Perché, dice, «noi siamo lì in maniera assolutamente determinata, con un voto del Parlamento e insieme ai nostri alleati». Insomma, «non cambia nulla». Un discorso che non vale solo per l'Afghanistan - che è missione sotto l'egida Nato - ma anche per tutte le operazioni di peacekeeping e peace enforcing in cui il nostro Paese è impegnato con le Nazioni Unite. Perché, è il ragionamento del presidente del Consiglio, «grazie al nostro impegno oggi l'Italia conta sulla scena internazionale e ha potuto cambiare i rapporti tra l'amministrazione americana e quella russa». E proprio il rebus afghano è uno dei punti all'ordine del giorno di molti dei vertici che si tengono a margine della sessantaquattresima Assemblea generale delle Nazioni Unite. D'altra parte, anche l'amministrazione americana sembra voler avere le idee più chiare prima di decidere quale direzione imprimere al suo impegno. Tanto che Berlusconi ha parole di apprezzamento per la nuova politica «multilaterale» di Barack Obama, visto che l'inquilino della Casa Bianca sta rivedendo insieme agli alleati i termini della missione. «Gli americani - spiega il premier - non stanno ridefinendo la loro strategia da soli. Il sistema Obama, infatti, è di assoluto coinvolgimento degli alleati. Così, stiamo parlando con loro per vedere ciò che si deve fare per garantire l'affermazione di una piena democrazia in quel Paese». Della questione si parla anche alla riunione fra i ministri degli Esteri del G8 presieduta da Franco Frattini. Che, spiega il titolare della Farnesina, ha fatto registrare un ampio consenso fra gli Otto grandi per un «cambio di passo» in Afghanistan. L'obiettivo, dice da Roma il ministro della Difesa Ignazio La Russa, è quello di «afghanizzare» la questione, cioè «rendere in grado gli afghani di difendersi da soli».
E il termometro di quanto sia importante sradicare Al Qaida dall'Afghanistan sta tutto nelle parole del ministro della Giustizia statunitense. Da Washington, infatti, Erico Holder fa sapere che «è stata sventata una minaccia imminente» con l'arresto di Najibullah Zazi, un ventiquattrenne di Denver di origini afghane che farebbe parte di una cellula di Al Qaida pronta a colpire su suolo americano. Il gruppo, che voleva far detonare alcune bombe usando esplosivo simile a quello degli attentati di Madrid e Londra, era composto dal giovane Zazi e suo padre Mohammed Wali - entrambi di Aurora, un sobborgo di Denver in Colorado - e Ahmad Wais Afzali, un imam del Queens a New York, di professione direttore di un'agenzia di pompe funebri. Tutti e tre stranieri naturalizzati americani. Secondo l'Fbi, però, la mente della cellula sarebbe proprio Najbullah Zazi, incriminato dal Gran giurì di New York per concorso nell'uso di armi di distruzione di massa. L'uomo, peraltro, avrebbe ammesso di aver frequentato un campo di addestramento di Al Qaida in Pakistan dove avrebbe imparato a fabbricare ordigni. L'accusa, infatti, è di «aver pianificato un possibile attacco terroristico nel territorio degli Stati Uniti utilizzando armi di distruzione di massa». «Dal 1 agosto del 2008 al 21 settembre del 2009 (il giorno del suo arresto, ndr), l'uomo - si legge nell'incriminazione - ha consapevolmente e intenzionalmente cospirato con altre persone per usare una o più bombe». Che, ipotizzano gli investigatori, dovevano essere usate per colpire la metropolitana di New York.

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