Bersani non controlla nemmeno casa sua: scandalo da 5 milioni

Va bene che nessuno è profeta in patria ma se il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, gestisce il suo partito a livello nazionale così come fino a oggi ha gestito la politica nella sua città, Piacenza, attraverso i fedelissimi locali del Pci-Pds-Ds-Pd, il Partito democratico nazionale finirà male. Molto male.
A Piacenza, che è stata a lungo una roccaforte emiliana del centrosinistra, nel Pd stanno venendo giù, oltre che le tende, anche i soffitti. Un anno fa il centrosinistra ha dovuto cedere l’amministrazione provinciale al centrodestra del presidente Massimo Trespidi, subendo una storica batosta elettorale, di proporzioni clamorose, che ha lasciato il segno. La stessa cosa sta per accadere adesso nell’amministrazione comunale del capoluogo, retta per il secondo e ultimo mandato dal sindaco Roberto Reggi, ovviamente un democratico.
Giacomo Vaciago, direttore dell’Istituto di economia e finanza dell’Università cattolica di Milano, già sindaco di Piacenza dal 1994 al 1998 nelle file del centrosinistra, oggi consigliere comunale nel gruppo misto che sostiene l’amministrazione Reggi, ha gettato un masso nello stagno, denunciando in pubblico che è stata realizzata un’enorme plusvalenza nella fulminea operazione di acquisto-vendita della sede dell’ex Scuola di formazione aziendale dismessa dall’Enel.
Tale plusvalenza è singolarmente avvenuta, sostiene Vaciago, dopo che era stata approvata, nell’ottobre scorso, una variante di destinazione del palazzo in precedenza utilizzato come sede di formazione Enel, ubicato in pieno centro, davanti allo storico Palazzo Farnese. L’Enel infatti aveva venduto l’edificio a 5,4 milioni di euro. La società che l’ha acquistato l’ha poi rivenduto, quattro mesi dopo, a 9,5 milioni di euro. Un raddoppio di valore, in così poco tempo, suscita più di qualche dubbio. Per il momento in Procura tutto tace.
Sulla pubblica denuncia di Vaciago, che non è un anonimo cliente del bar Sport bensì un illustre economista, in Comune si sperava che si depositasse la patina dell’oblio. Il sindaco Reggi appartiene alla scuola del «quieta non movere et mota quietare», non agitare le cose che stanno ferme e quieta quelle che si stanno agitando, per cui s’era convinto che le acque si fossero calmate. Peccato che dello stesso avviso non sia stato anche Vaciago, che è tornato alla carica in Consiglio comunale, alzando la posta e chiedendo formalmente al sindaco di revocare l’incarico di assessore e di vicesindaco a Francesco Cacciatore. L’accusa di Vaciago è piuttosto esplicita: l’aver portato «all’approvazione del Consiglio comunale una pratica in palese violazione delle norme del Piano regolatore generale e di legge, non può essere solo incompetenza». Dopo aver tirato questo siluro, Vaciago ha aggiunto: «E qualora di incompetenza si tratti, è certamente inescusabile. Un assessore che si comporta in questo modo, con palese incompetenza e arroganza e non rispetta la legge, deve essere rimosso perché danneggia sia le casse che la reputazione del Comune».
Secondo Vaciago, infatti, il vicesindaco Cacciatore, su questa enorme plusvalenza maturata in soli quattro mesi, «non ha risposto in maniera esauriente e non è stato chiaro e convincente nemmeno nella spiegazione dei passaggi tecnici che avrebbero giustificato la variante urbanistica di cui ha beneficato l’immobile». Il sindaco Reggi cerca di gettare acqua sul fuoco. Ai cronisti che lo hanno interpellato sull’affaire ha detto: «Il tema non mi appassiona affatto». Non appassionerà lui. Di certo appassiona e inquieta l’intera città di Piacenza.
Il Consiglio comunale è squassato da un’altra rovinosa battaglia per far sloggiare Ernesto Carini, comunista di lungo corso, oggi Pd, dalla carica di presidente del Consiglio comunale, onde lasciar posto a un candidato della lista civica che sostiene la giunta di centrosinistra e che, in base a un accordo sottoscritto all’inizio del mandato, ha diritto a subentrare a metà percorso, cioè adesso. Ma Carini non vuole assolutamente mollare la poltrona. Prima, con una singolare faccia tosta, ha negato l’esistenza di questo patto per la staffetta di mezzo termine. Poi, quando il testo dell’accordo è stato reso noto dalla lista alleata, Carini ha minacciato di trascinare in giudizio la Civica addirittura per «violazione della privacy», come se un accordo politico dovesse rimanere sotto chiave, a disposizione solo di lorsignori.
Bersani nel frattempo si defila: finge, di fronte alla catastrofe, di non essere nemmeno più piacentino, anche se mantiene casa e famiglia in città e tutti coloro che stanno scannandosi nei palazzi del potere sono in gran parte suoi uomini che, come lui, vengono da lontano, da molto lontano. Tutti figli del vecchio Pci.
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