Bersani riprende Prodi e comunisti Per Rutelli futuro da democristiano

RomaIl day after delle primarie Pd comincia con Prodi che torna a casa (proprio ora che il partito è di Bersani e di D’Alema, dei Ds insomma, e che il neo segretario annuncia una «strategia di alleanze» che guarda all’Edc e ai partiti dell’Unione, comunisti vari inclusi) e con Rutelli che medita di uscirne. Per andarsene al centro con Casini? «Non subito e non solo», è la sibillina risposta dell’ex leader della Margherita.
Un «sì ma», insomma, quello con cui replica alla domanda di Bruno Vespa, che sta per dare alle stampe il suo milionesimo libro e comincia a centellinarne ghiotte anticipazioni.
Certo è che, proprio nel giorno in cui si festeggia il successo delle primarie, il colpo di cannone sparato via Vespa da uno dei fondatori del Pd fa rumore. Anche se lo stesso Rutelli poi si preoccupa di smorzarne il rimbombo, irritato con il conduttore di Porta a Porta: «Figurarsi se un tema serio come le alleanze e i rapporti con i partiti, come l’Udc, si può liquidare con i giochini che servono a Vespa per lanciare i suoi libri». E spiega che le parole citate risalgono a diverse settimane fa e che divulgarle ora «può trarre in inganno». Il suo giudizio sulle primarie e sul Pd Rutelli lo darà oggi a Milano, in occasione della presentazione del suo libro La svolta. Con lui ci saranno anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari e Lorenzo Dellai, il presidente della Provincia di Trento che da mesi sta lavorando ad una ipotesi di «centro riformista e degasperiano», cercando di mettere insieme realtà territoriali diverse. Ha avuto abboccamenti con l’ex governatore del Friuli Illy e anche con quello veneto Galan.
Si prepara dunque una clamorosa, prima scissione dal Pd bersaniano? Lo stesso neo-segretario non sembra crederci: «Mi pare indiscutibile che chi ha partecipato alle primarie di ieri ha fiducia nel progetto del Pd, che è un partito nuovo e non un partito vecchio. Non credo che qualcuno voglia sottrarsi a questa sfida», dice rivolto a Rutelli.
Più perfido il commento di Prodi, che con Rutelli ha antiche ruggini mai dimenticate, com’è nel suo stile: «Se qualcuno se ne va, non succede niente». A proposito dell’ex premier: i bersaniani ben informati assicurano che Prodi non sarebbe in realtà così restio ad accettare l’offerta del neo-segretario per cui ha fatto il tifo (in odio a Veltroni), e che anche ieri in una «affettuosa telefonata» gli ha chiesto di fare il presidente Pd. Operazione che erigerebbe un argine alle spinte centrifughe, e rafforzerebbe Bersani. Che ieri, ancora gongolante per il risultato, è rimasto bloccato in un ingorgo autostradale e ha improvvisato un comizio sulla A1.
Quanto all’addio di Rutelli, è tutto ancora da vedersi. I suoi giudizi sul Pd sono duri, li ha già messi nero su bianco nel suo libro e li ribadisce a Vespa: in pratica, rischia di diventare un nuovo Pci ma senza nessuna delle sue buone qualità: «In questi due anni abbiamo sprecato un patrimonio senza costruirne uno nuovo», il partito «è senza ceti produttivi e senza ceti popolari», non lo votano né gli operai né gli imprenditori. Quanto alla linea politica, «nemmeno il Pci si era mai sognato di oscillare tra un laicismo fondamentalista e un giustizialismo caudillista» alla Di Pietro. E se ora, con Bersani, il Pd si «sbilancia a sinistra si isola ancora di più, e fa una scelta assurda».
Ce n’è più che a sufficienza per pensare ad un addio. Ma il problema è quando e come: Rutelli, politico abile e navigato, non ha alcuna intenzione di pilotare una miniscissione per andare a fare «il Follini al contrario» nell’Udc, come spiega un suo uomo. Sta lavorando da tempo per verificare la possibilità di costituire un gruppo parlamentare autonomo, ma gli servirebbero dieci eletti al Senato e venti alla Camera, pescati tra Pd e altre formazioni, e al momento non ci sono. Girano, tra i possibili interessati, i nomi del repubblicano La Malfa e degli ex diniani Tanoni e Melchiorre, passati dal Pdl al Misto; quello di Pino Pisicchio, eletto con Idv; quelli dei fedelissimi Lusi, Vernetti, Lanzillotta, Bobba. Che però frenano assai davanti alla prospettiva di abbandonare il Pd per una strada incerta: «Che andiamo a fare, la nuova Democrazia Europea (il partitino di centro fondato anni orsono da Sergio D’Antoni, ndr)? O si costruisce un’operazione di ampio respiro, oppure tanto vale restare nel Pd e fare l’opposizione a Bersani». Ma lo stesso Rutelli fa capire di voler attendere tempi più propizi, una «crisi» che smonti gli attuali poli e «favorisca aggregazioni nuove». I bookmaker Pd assicurano che di qui alle Regionali difficilmente succederà qualcosa di dirompente.
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