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La Biennale arte vuol far vibrare l'anima in "tono minore"

La kermesse sarà nel solco dell'impostazione data al progetto da Koyo Kouoh, morta l'anno scorso. Nessun italiano coinvolto

La Biennale arte vuol far vibrare l'anima in "tono minore"
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da Venezia

L'emozione è palpabile, a Ca' Giustinian. Le circostanze della gestazione di questa 61esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia sono "senza precedenti": la direttrice Koyo Kouoh, visionaria curatrice camerunese-svizzera, è morta prematuramente il 10 maggio dello scorso anno e, in accordo con la famiglia, si è deciso di proseguire nel suo nome, perché Kouoh "aveva già sviluppato il progetto curatoriale, definendo testo teorico, artisti e opere, catalogo, identità grafica e architettura degli spazi, dialogando costantemente con gli artisti da invitare". Chi l'ha conosciuta ne ricorda "l'inimitabile sorriso" e la dedizione.

Il gruppo curatoriale che ha avuto il compito di realizzare il progetto (Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti come advisor, Siddhartha Mitter come editor-in-chief e Rory Tsapayi come assistente) è apparso visibilmente commosso ieri, davanti alla stampa. Ricostruire le coordinate geografiche delle loro esistenze (Gabe a Londra, Marie Hélène tra Dakar e Berlino, Rasha tra Beirut e Marsiglia, Rory a Città del Capo, Siddhartha a New York) è esercizio utile a capire che questa sarà un Biennale diversa non perché in assenza, ma perché generata da uno sforzo plurale, cui la struttura Arti Visive della Biennale ha dato un contributo non indifferente. Potrebbe, chissà, diventare un discorso sul metodo: la Biennale figlia di un singolo, cresciuto da molti. Pertanto, questa In Minor Keys titolo scelto da Kouoh ci appare un progetto affatto sottotono ma, come accade nel jazz, pronto a esplorare quelle tonalità minori che generano emozioni (dal 9 maggio al 22 novembre, ai Giardini, all'Arsenale e in vari luoghi di Venezia).

La selezione degli 111 partecipanti (con una prevalenza per la diaspora africana, ma con interessanti scelte europee, nessun italiano coinvolto) ed è stata fatta raccontano le advisor nel giardino della RAW Material Company di Dakar, il centro per le arti fondato da Kouoh, vicino a un mango che faceva cadere un frutto maturo ogni volta che il gruppo concordava su un nome da coinvolgere. Si è proceduto per affinità elettive (in elenco anche Hagar Ophir, nata a Gerusalemme, e Mohammed Joha, di Gaza), metodo che per Kouoh era "galattico". Non stupisce che la mostra suggestionata da due libri, Amatissima di Toni Morrison, e Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez - proceda non per sezioni rigorose, ma per motivi. Tra questi, Shrines, che possiamo tradurre con are o altari: è il cuore del Padiglione Centrale, con un tributo all'artista e poeta senegalese Issa Samb (1945-2017) e a Beverly Buchanan (1940-2015), maestra afroamericana della scultura pubblica.

C'è poi, in questa Biennale quasi sacra, il motivo delle processioni (con nomi come Big Chief Demond Melancon, Nick Cave, Daniel Lind-Ramos e Ebony G. Patterson), incluse quelle carnevalesche (Johannes Phokela e Tammy Nguyen, tra gli altri, giocheranno con l'Archivio della Biennale). Scontata vista la biografia della direttrice l'attenzione alla scuola, specie agli spazi che, in contesti difficili, diventano rifugi creativi (vedi la GAS Foundation di Lagos). All'esterno troveremo varie opere (tra i big: Wangechi Mutu, Maria Magdalena Campos-Pons & Kamaal Malak, Carsten Höller) e questa sarà la prima Biennale a pensare al riposo di chi la visita: in mostra poche pareti divisive e molte soglie, create dallo studio sudafricano Wolff Architects, e all'esterno oasi dove prendersi una pausa dall'osservazione compulsiva.

Nei Giardini di questa Biennale che il presidente Pietrangelo Buttafuoco definisce "dorica e piena di poesia", anche processioni di poeti ispirate al Poetry Caravan che Kouoh fece con 9 poeti da Dakar a Timbuktu nel 1999. Se la gestazione della Biennale Arte è avvenuta sotto un mango, la genesi è stata sotto il Ficus di Ca' Giustinian, ha ricordato Buttafuoco quando, con una direttrice sorpresa dell'incarico, convenne subito di cercare insieme un centro di gravità permanente.

Serve ancora qualche giorno per limare il programma

degli eventi collaterali, la giuria sarà annunciata ad aprile e non ci sarà alcun Leone d'Oro alla carriera (Kouoh non ha fatto in tempo a definire questo aspetto): sarà una Biennale fuori dall'ordinario, forse straordinaria.

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