Le bizze degli anti-Cav beccati sul fatto

I SOLITI Abituati ai comizi, quando c’è contraddittorio sbottano, insultano e minacciano di andarsene

Il collante ideologico è l’insulto. Il modus operandi è l’eccesso di reazione. I tratti distintivi sono le tempie che pulsano, le narici che si allargano, gli occhi che si assentano per qualche istante vagando verso un ideale punto, come intenti nella lettura degli ingredienti della bottiglia molotov. Poi partono. L’imperativo più abusato è «vergognati!», il bersaglio più forellato sono i giornalisti «al soldo di Berlusconi».
I cecchini, una volta tanto, sono loro: quelli di sinistra, lasciati nudi come il re. Quelli di sinistra trascinati, in pubblico e a sorpresa, intorno al loro privato. Argomento morbido come vitellina quando si tratta del privato degli altri. Degli altri, però. Perché le faccende di qualcuno sono doveri giornalistici, le faccende di altri sono sporcature sociali. Loro conducono vite talmente inquadrate che ormai gli sono venuti gli angoli. Ed è con gli spigoli che, in merito, rispondono. L’atomica per una lite di condominio.
Lo show di D’Alema a Ballarò, che non accettava il veleno del paragone col caso Scajola e che ad Alessandro Sallusti, condirettore del Giornale, rispondeva con un ancor più violento del «vada a farsi fottere»: «La sua serata finisce qui, io non la faccio più parlare» (intanto è lui, a non avere la parola), ricordava un po’ l’exploit di Marco Travaglio ad Annozero. Quella funesta puntata del 18 febbraio scorso in cui, parlando del fango su Guido Bertolaso, si era finiti a ragionare sulle vacanze di Marco Travaglio. E sul suo «incauto soggiorno in un hotel di Sicilia» come lo aveva definito Il Foglio (subito smentito da Travaglio). Ad invitare l’opinionista di Annozero a riflettere sul fatto che «tutti, prima o poi hanno frequentato persone che non avrebbero dovuto frequentare» il vicedirettore del Giornale, Nicola Porro. A spiegargli in quale circostanza, in particolare, perfino lui aveva cannato frequentazioni, il direttore di Libero, Maurizio Belpietro. Apriti cielo. «Io me ne vado, non resto qui a farmi insultare» aveva tuonato Travaglio «pensate ai vostri editori e vergognatevi... questi liberali del cavolo». Un angelo intossicato dalla polvere, Marco. Un gelido surriscaldato che scatta come una luccicante trappola per animali selvatici. I denti di metallo che si chiudono a morsa e lui che diventa un altro, all’improvviso. Aveva aperto una questione, dopo quella puntata, col conduttore Santoro. Torno? Non torno? Non so se tornare. Ma anche in quel caso c’era stata la distinzione ontologica tra «i giornalisti» e i «giornalisti pagati da Berlusconi», come se quelli pagati da De Benedetti non fossero, anche loro, pagati da qualcuno. Come se quelli pagati da Berlusconi non versassero le tasse per l’Inpgi, la Casagit, il sindacato. E vabbè, siamo di serie B perché osiamo chiedere conto a «loro» che sono di serie A. Che sono «al soldo» lo stesso, però di altra gente. Quella giusta. Percepire lo stipendio è «essere al soldo»? O la distinzione vale solo a seconda di «per chi lavori»? Se lavori per Repubblica hai il conto in banca e la coscienza a posto, se lavori per Il Giornale hai il conto in banca a posto e la coscienza in disordine? Anche Gianfranco Fini, che non è di sinistra(?), qualche giorno fa, dopo un titolo del Giornale sulla suocera (la mamma di Elisabetta Tulliani) e la sua collaborazione con la Rai, aveva perso le staffe. Intervenendo a una puntata di Porta a porta aveva commentato: «C’è un giornalismo che sguazza nel fango, per non citare quella materia organica che rese famoso Cambronne e che va oltre il livello della decenza». Se sei di destra puoi essere ripreso in casa tua con lo zoom dei paparazzi, se sei di sinistra hai diritto alla privacy e la tua cioccolata non deve essere confusa con la melma. Basta saperlo... E pure Antonio Di Pietro, lo scorso 27 aprile, sempre a una puntata di Ballarò aveva perso le staffe. La strategia, in quel caso, era stata quella di coprire la voce dell’interlocutore con accuse a un volume più forte di quelle che stava ricevendo. «Il premier, Silvio Berlusconi, è ormai da anni che mangia pane e conflitto d’interesse» stava sostenendo il leader dell’Idv, quando Sandro Bondi l’ha stoppato: «Invece lei mangiava e basta. Vuole che le ricordi le automobili e i regali che si è fatto fare dagli “amici” quando ancora era magistrato? Se vuole le faccio l’elenco». E Di Pietro ad evitare di rispondere e a ringhiare contro Bondi. Cadute di stile, coda di paglia, disagio per contorti privati? Macché, loro sono solo minati da umorali intermittenze. La melma siamo noi.

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