"Da Bocca infamie contro gli eroi"

L’ira del questore di Mantova sul giornalista che accusa i carabinieri di essere mafiosi: "Frase vergognosa, ora si scusi". Poi spiega: "Mario è morto a 29 anni dando la vita anche per questo signore"

"Da Bocca infamie contro gli eroi"

Mantova - «Dottor Bocca, aspetto le sue scuse. Anche e soprattutto a nome di mio fratello Mario, che non può esigerle perché è morto». Antonino D’Aleo, da un mese e mezzo questore di Mantova dopo aver ricoperto lo stesso incarico a Sondrio, è rimasto più sconvolto a leggere sull’Espresso l’ultima puntata della rubrica L’antitaliano di Giorgio Bocca che non a occuparsi dell’ennesimo fatto di sangue. D’Aleo è in polizia da 30 anni, ha indagato su delitti orrendi, ha assicurato alla giustizia in un sol colpo 103 narcotrafficanti con un’operazione coordinata dal procuratore Guido Papalia. «Leggendo il settimanale, non riuscivo a credere ai miei occhi. Riga dopo riga la rabbia e l’indignazione prendevano il sopravvento. Un articolo infame», dice il questore. Il titolo recitava «Quanti amici ha Totò Riina» e nel testo sottostante il giornalista ottantanovenne lasciava intendere, anzi asseriva apertamente, che nella poco raccomandabile categoria andavano inclusi anche i carabinieri di stanza in Sicilia. Quelli di ieri e quelli di oggi. Tutti collusi con la mafia.

Mario D’Aleo era un carabiniere. Comandava la Compagnia di Monreale. Aveva preso il posto del capitano Emanuele Basile, ucciso tre anni prima mentre rientrava in caserma con la moglie e la figlioletta, dopo aver partecipato alla festa del Santissimo Crocifisso (gli assassini gli spararono alle spalle sei colpi di pistola e lo finirono con uno alla nuca: il suo ultimo gesto, cadendo a terra, fu di far scudo col proprio corpo a Barbara, 4 anni, che teneva in braccio).
Il capitano D’Aleo, medaglia d’oro al valor civile, aveva appena 29 anni quando il 13 giugno 1983 fu trucidato da quattro killer di Cosa nostra in via Scobar, a Palermo, davanti alla casa della fidanzata. Con lui caddero crivellati da una grandinata di proiettili gli appuntati Giuseppe Bommarito e Pietro Morici. «Gli telefonai verso le 9 di sera. Volevo tirargli le orecchie perché quel 13 giugno s’era dimenticato di farmi gli auguri per il mio onomastico, Sant’Antonio. Lo seppi così, che l’avevano appena ammazzato», si commuove il fratello.
D’Aleo, Bommarito e Morici sono tre dei «33 caduti per mano della mafia» menzionati nel comunicato ufficiale con cui il comando generale dell’Arma dei carabinieri ha sentito il bisogno di respingere le «infamanti accuse» di Bocca. L’eredità dello zio, oggi sepolto nel cimitero del Verano a Roma, è stata idealmente raccolta dal tenente Marco D’Aleo, il figlio del questore di Mantova, che è ufficiale dei carabinieri a Milano.

Dottor D’Aleo, chi ordinò l’uccisione di suo fratello?
«Per la strage sono stati condannati i capimafia Totò Riina e Bernardo Provenzano. Ma nel processo, conclusosi con 22 ergastoli, sono entrati un po’ tutti gli esponenti di spicco di Cosa nostra, da Salvatore Lo Piccolo a Pietro Aglieri. Pochi giorni dopo il suo insediamento a Monreale, mio fratello aveva arrestato Giovanni Brusca, condannato per oltre un centinaio di omicidi, anche se lui personalmente se n’è attribuito addirittura 200, fra cui quelli del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta, dilaniati dall’esplosione nella strage di Capaci, e del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, strangolato e poi sciolto in una vasca piena d’acido. La Cassazione, come si legge nella sentenza, ritiene che mio fratello sia stato assassinato per decisione di Riina come ritorsione proprio per “l’incalzante attività condotta contro la famiglia Brusca”».

Il capitano dei carabinieri Mario D’Aleo non era colluso con i mafiosi. È questo che vuol dire a Giorgio Bocca?
«Non solo. Voglio dirgli che ha infangato la memoria di decine e decine di eroi, integerrimi servitori dello Stato, caduti nell’adempimento del loro dovere. Lui ha scritto di un “indissolubile patto di coesistenza” fra “il legale e l’illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi”. Ricorre tre volte questo sostantivo, coesistenza, nel suo articolo. Ecco, mio fratello non esiste più. Ha dato la vita anche per questo signore».

Perché Bocca avrà lanciato accuse così pesanti?
«Non lo so, non riesco a capirlo. C’è un passaggio finale, nell’editoriale, che mi ha indignato per la sua totale infondatezza, là dove afferma che “i carabinieri, specie quelli che arrivano da altre province, sanno che la loro vita è appesa a un filo”, e dunque si chiede: “Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza?”. Mio fratello era nato a Roma. Prima d’essere assegnato a Monreale stava al battaglione mobile di Genova. Il suo predecessore, il capitano Basile, era di Taranto. Venivano da altre province. Mi dica Bocca quali tacite regole avrebbero accettato. Basile aveva 31 anni, mio fratello 29, Bommarito 39, Morici 27. Non fu lasciato loro molto tempo per organizzarsi la coesistenza, le pare?».

l portavoce nazionale dell’Italia dei valori, il palermitano Leoluca Orlando, ha detto: «Bocca ha espresso, in maniera chiara e radicale, una verità storica: la mafia in Sicilia si è avvalsa di lacune e omissioni di uomini di Chiesa e di esponenti delle forze dell’ordine, non soltanto di carabinieri».
«I nomi, faccia i nomi. Se ha notizie di reato, o sospetti sui singoli, vada a denunciarli».

Anche l’ex pm Luigi De Magistris, eletto eurodeputato nel partito di Antonio Di Pietro, ieri s’è augurato «che, al più presto, si sappia la verità integrale in merito alle gravissime collusioni di cui si sarebbero resi responsabili, secondo la magistratura inquirente, ufficiali dei carabinieri che hanno ricoperto posti investigativi apicali in momenti tragici della storia del Paese, come nel periodo delle stragi di mafia degli Anni ’90».
«La giustizia deve sanzionare le responsabilità definitive. Vi sono sentenze passate in giudicato pronunciate contro carabinieri collusi con Cosa nostra? Dove sono? Quante sono? Badi bene, io non voglio negare che possano esservi stati episodi di corruzione. Succede nelle migliori famiglie, magistratura compresa. Ma Bocca ha scritto ben altro. Ha dato credito a Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, per sostenere che “i carabinieri ‘nei secoli fedeli’ si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali”. Ha affermato che “i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”».

I carabinieri.
«Appunto. “I”, articolo determinativo. Da giornalista, Bocca dovrebbe sapere come si scrive. Ha fatto una generalizzazione vergognosa, inaccettabile. “I” carabinieri trescano con la mafia. Non alcuni. Tutti. E sopravvivono grazie a un tacito patto con i criminali. Sono disgustato. Mio padre Salvatore si spense di crepacuore dopo che gli uccisero il figlio. Da due giorni continuo a pensare a che cosa avrebbe provato leggendo quest’articolo dell’Espresso. E non riesco a darmi pace».

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