Bondi censore? No, è chi lo odia a fare paura

Non ce lo vedo il mite Sandro Bondi nella pelliccia di Crudelia De Mon. Ma a giudicare dalla carica dei 101, i cento cinematografari che hanno firmato contro le sue dimissioni guidati da Sabina Guzzanti, Bondi è una specie di demiurgo crudele che vuol far la pelle al cinema per farsi una pelliccia lui e un tappetino dalmata per Berlusconi. White carpet for Silvius.
Secondo me ha sbagliato il ministro Bondi a non andare a Cannes per il film della Guzzanti. Perché è diventato così il suo maggiore sponsor e pubblicitario, perché ha abbassato il ruolo istituzionale di ministro dei Beni culturali dell’Italia, ovvero il ministro dei Beni culturali più importanti del mondo (i beni, non il ministro, s’intende) al rango di competitore con un’attrice comica. Perché non ha considerato la sequenza del film già visto che sarebbe poi seguita; dico il linciaggio mediatico che puntualmente c’è stato, con la carica dei 101. Poteva snobbare con eleganza il film, liquidarlo con una battuta spiritosa, contrapporre a quel film lo spessore di qualche opera più rilevante in concorso a Cannes, spaccando così i 101. E poteva dimostrare l’autorevolezza serena, anzi olimpica, delle istituzioni italiane che non si lasciano turbare dalle scaramucce di comici in vena di imitare Moore e compagnia bella. So’ ragazzi, avrebbe dovuto dire, lasciateli fare; io non vado a vederlo perché non lo condivido, perché mi offende da italiano e da ministro e poi perché non voglio essere insultato e prestarmi al ruolo di vittima sacrificale dello spettacolo. Ma a Cannes ci vengo e magari in una conferenza stampa vi parlo di questa stagione del cinema italiano dove sono usciti 5-6 film meritevoli. Quanto alla Guzzanti faccia quel che le pare, siamo un Paese libero e dalle spalle larghe. Agli adulti tocca il compito di affrontare le tragedie, di ricostruire l’Abruzzo ferito, di star vicino alle popolazioni martoriate. Ai ragazzi lasciamo pure il gusto della fionda e dello sberleffo.
Ma detto questo, trovo un film surreale quel che si è ripetuto ancora una volta dal vivo a Cannes con i centouno dalmati insorti e abbaianti. Un tempo, quando il cervello era astemio, si denunciava l’attentato alla libertà di espressione, la nascita del regime o della dittatura, se il potere impediva di realizzare, di produrre, di proiettare in sala e di far partecipare a una rassegna un film. Quella era la censura, signori miei. Quella che ancora funziona in molti Paesi venuti dal comunismo, per intenderci, compresa l’amata Cuba di molti dei cineasti sullodati. Ma adesso che va di moda bersi il cervello e perdere il senso della realtà, si vuol far passare per censura il gesto inerme, e a mio parere sbagliato, di un ministro che rinuncia ad andare a Cannes, che si ritira lui, non il film, dalla rassegna; è lui che si rifiuta di vedere il film della Guzzanti, mica ha chiesto di boicottarlo. Volete lasciare a un politico il piccolo diritto di non andare a vedere un film contro il suo mondo? Diktat del genere succedevano ai tempi della rivoluzione culturale cinese: se un intellettuale si rifiutava di firmare un manifesto maoista, se non voleva vedere un film «rieducativo» di stampo comunista, era massacrato perché veniva accusato di tramare con le forze oscure della reazione per sopprimere la libertà comunista e instaurare la controrivoluzione. Siamo allo stesso livello. La differenza, per fortuna, è che siamo nella Francia di Sarkozy dove il massimo della sinistra al potere è Carlà, santa protettrice dei fuorusciti e dell’AutoLancia.
Se fossimo in un paese con il senso della realtà dovremmo riassumere così la vicenda: ministro della Repubblica viene cacciato perché si rifiuta di andare a vedere un film. Ovvero un ministro della Repubblica viene dimissionato perché rifiuta di essere sbertucciato pubblicamente, in platea e in mondovisione, mentre va a vedere il film contro il governo di cui fa parte e contro il suo Paese, se permettete.
Penso che siamo alla follia. Io ho paura dei centouno, ho paura di chi dà loro ragione sui giornali, ho paura di chi plaude alla loro richiesta di dimissioni. Perché se i criteri sono questi, se il rovesciamento della realtà è così drastico e radicale, immaginate cosa sarebbero in grado di fare se avessero in mano un briciolo di vero potere o di vero consenso, come quello dato al governo Berlusconi. E a rovescio mi spiego perché non ce l’hanno quel consenso: perché la gente comune, come me, ha paura di questo ringhioso, cupo, intollerante giacobinismo militante. D’altra parte già si vede nel microcosmo del cinema cosa succede a chi non la pensa come la casta: attori, sceneggiatori, autori, produttori si autocensurano a priori e non si sognano di proporre temi, storie, vite, che non siano approvate dall’Intellettuale Collettivo, apparso ieri a centouno teste, il Mostro del cinema europeo.
Vorrei sapere quanti di questi cineasti che hanno firmato con spirito di branco da cani dalmata il manifesto contro Bondi hanno anche sottoscritto o condiviso l’appello per liberare Roman Polanski, accusato di storie perfino peggiori di quelle per cui viene crocifissa la Chiesa a causa di alcuni suoi loschi preti e vescovi. Ma quello è un altro film. Con la carica dei centouno, le truppe cinefile si scoprirono cinofile. Porco Cannes.

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