La neo-narrazione era "condanniamo", poi è diventata "condanniamo però", ora è solo "però". Il poliziotto a terra è stato colpito con un "martelletto" e il video è di "pochi secondi", mentre il cuore del racconto è riportato a "Genova 2001": tutta gloria precaria per la cronista del Manifesto Rita Rapisardi (ecco, citata: questo voleva) che di passaggio è una pro Pal militante, ha il volantino di Askatasuna su profilo Facebook, inneggia al No referendario e insomma la stiamo schedando, giusto? La narrazione degli oltre cento agenti feriti (29 ospedalizzati) è sostituita da cariche, feriti civili, "questura", persino una turista straniera "mandata via" e insomma: una richiesta almeno di pareggio morale, con pretesa alla premier Meloni di solidarietà anche coi manganellati, anzi, pretesa de "le scuse del governo" come richiesto da Ilaria Cucchi di Avs, professione sorella. Poi, sui social, è spuntato il video di un fotografo picchiato dalla polizia subito elevato a contro-simbolo: "Mi sono saltati addosso in 4 o 5". Risultato: la zona grigia, la famosa zona grigia, è pura nebbia in Valpadana degli anni Sessanta.
La realtà, se c'è, va complicata. La scena del poliziotto è senza vie di fuga, allora si oltrepassa il martelletto (gli alpinisti ci piantano i chiodi nella roccia) e l'oggetto si rimpicciolisce, quindi anche l'orrore, e se l'orrore si rimpicciolisce è più semplice parlare d'altro. Parlare della dinamica, per esempio, e non della scelta dell'aggressione: l'agente "si stacca", resta "isolato", perde il casco "non allacciato" (da multarlo) e altre perline: non ci si chiede più perché qualcuno prenda a calci un uomo (a terra) ma di come abbia gestito il casco. La terrificante cronaca di Rita Rapidardi (che rimanga precaria a vita) circolava anche su Facebook e sul quotidiano Open, integrale.
Il baricentro simbolico, come detto, è tornare a Genova 2001, una chiave interpretativa: "In molti rievocano Genova 2001" scrive il Manifesto. In molti. Rievocano. Ergo spariscono le colpe individuali e torna il trauma nazionale, il riflesso che riduce quel poliziotto a terra a un dettaglio, perché certo, quella scena "non spiega tutto", dura "pochi secondi", è un "video tagliato": stesse fonti di prima, moltiplicate via social. Il pezzo del manifesto accumula contro-scene: manifestanti "colpiti mentre scappano", "inciampano", "trascinati", "in questura fino alle due di notte", niente pronto soccorso per "il rischio di essere denunciati". L'aggressione all'agente va sommersa di sostanziali cazzate alla ricerca del pareggio: dei feriti, degli abusi, di chi ha cominciato. Tutto confuso nei fumogeni. Giorgia Meloni ha solidarizzato con l'agente ferito? "E ci mancherebbe Abbiamo tutti condannato la violenza": lo ha scritto la citata sorella professionista nel chiedere scuse governative per quanto accaduto ad "agenti, giornalisti, cittadini". Il caso univoco del fotografo, che indossava un casco ("mi sono saltati addosso in 4 o 5") ha poi trasformato lo Stato, da vittima, in aggressore; ergo il pestaggio del poliziotto è un "episodio dentro una repressione" (il Manifesto) anche se la neo-narrazione esclude in toto l'ex prefetto Achille Serra, che lunedì sera ha lasciato attonita Lilli Gruber perché ha detto che "picchiare un poliziotto con un martello è da terroristi", ogni dialogo è "impossibile", lui "non ha mai visto niente del genere" in quarant'anni di carriera.
Ma è un falso problema: quelli, del resto, "sono una frangia", anzi "infiltrati", insomma da condannare, "però" senza scegliere. Molto italiano. E infatti la storia italiana ha già visto dove porta questo: alla nebbia, al casino, al non-decidibile, al disordine che vince perché solo l'ordine democratico ha bisogno di chiarezza, è la violenza che prospera nel rumore. Chissà quanto si divertirebbero, certi magistrati antimafia, a ipotizzare "zone grigie" sotto forma orrida di reato, connivenze colpevoli secondo un'interpretazione di legge della magistratura.
Se invece è il governo, a voler fare delle leggi, c'è un disegno autoritario, ma se non le fa, ecco, non ha saputo prevenire gli scontri. "Da Niscemi a Torino, così la destra senza scrupoli sfrutta politicamente ogni tragedia del Paese": è un titolo qualsiasi del Fatto Quotidiano di ieri. Il mondo al contrario non l'ha inventato un ex generale.