Bono, il «boiardo» che premia la meritocrazia

(...), soprattutto quando si tratta di riparare un guasto o prendere la linea a un call-center.
Ma, per l’appunto, spesso il concetto di pubblico e di impresa non andavano particolarmente d’accordo. Facevano arricciare il naso agli iperliberisti e sembravano, in fondo, un ossimoro, una figura retorica da manuale di grammatica.
Ecco, io credo che Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri abbia dimostrato già in passato di essere il Copernico di quella figura retorica. Il manager capace di trasformare l’ossimoro «impresa pubblica» in endiadi.
Ottimo sia nella rivoluzione linguistico-grammaticale, sia in quella economica e addirittura in quella etica. Perchè qui sta il punto: in molti, ai cominciare dai manager per chiudere con gli operai, trattavano la Pubblica Amministrazione e tutto ciò che profumava (o odorava, secondo i gusti) di Stato come un mondo a parte dal resto dell’impresa. Una sorta di zona extraterritoriale dove ognuno faceva ciò che voleva e il salario era una variabile indipendente dalla produttività.
Poi, è arrivato il contratto integrativo di Fincantieri, che abbiamo seguito passo passo. Per due motivi fondamentali: l’azienda leader della cantieristica è rimasta l’unica vera impresa metalmeccanica presente in tutto il territorio italiano e, conseguentemente, è anche quella in cui la battaglia sindacale è più forte e significativa. Quello che erano i cancelli di Mirafiori un tempo, probabilmente sono ora gli ingressi di Sestri Ponente.
E quindi le parole di Bono sono doppiamente significative, perchè ci troviamo di fronte a un ribaltamento di ogni incrostazione preesistente e alla teorizzazione di una nuova era di relazioni sindacali e industriali: «Giudico l’accordo che abbiamo raggiunto un successo, che spezza l’egualitarismo che non dava meriti, forse primo caso nella grande industria manifatturiera italiana».
Bono lo dice con il suo passo dialettico di pianura, ma è una bomba. E, nel caso lo scoppio non si fosse sentito sufficientemente forte e chiaro, precisa ulteriormente: «In quest’azienda si lavorava poco e non era giusto dare retribuzioni slegate dalla produttività: questo penalizzava proprio la possibilità per le maestranze di guadagnare di più».
Basta? Non basta ancora. Bono cala il carico più forte a sua disposizione, una parola che raramente si sente in politica e nell’impresa, anche perchè pochi possono permettersi di pronunciarla. La parola è «morale»: «È un fatto morale che alla prestazione corrisponda un salario adeguato, come, viceversa, è immorale separare le due voci. E continueremo su questa strada facendo un ulteriore salto di qualità nella produttività».
A qualcuno sembreranno parole scontate. Ma vi assicuro che, per il contesto in cui sono pronunciate e a cui sono rivolte, è davvero un giorno storico. E mi inorgoglisce anche solo raccontarlo. A Genova, perdipiù.

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