Al primo piano della Triennale ha aperto una mostra in cui ci si specchia infinite volte, dove si cammina tra complementi d'arredo colorati e sorprendenti, tra oggetti di uso comune ed elementi della natura. È l'omaggio che finalmente Milano dedica ad Andrea Branzi, architetto e designer morto nell'ottobre del 2023 a 84 anni, fiorentino ma milanese d'adozione (è il padre de La Pina, all'anagrafe Orsola Branzi, la celebre dj) e teorico dell'anima, capace di vedere nel design non un catalogo di oggetti, ma una proiezione della coscienza umana. A raccontare la sua visione nel mondo non è un curatore distaccato, ma l'architetto giapponese Toyo Ito, premio Pritzker e suo amico di lunga data, che ha ideato l'esposizione come un dialogo tra le loro visioni speculari. "Andrea Branzi by Toyo Ito. Continuous Present" (fino al 4 ottobre), una mostra di Triennale e Fondation Cartier pour l'art contemporain, è anche un ricordo del forte legame che le due istituzioni culturali hanno intrattenuto con il designer italiano. Ideata da Ito in collaborazione con Lorenza Branzi e Nicoletta Morozzi, curata da Nina Bassoli e da Michela Alessandrini, la mostra presenta un itinerario biografico dalle prime sperimentazioni radicali di Branzi a Firenze fino allo sviluppo di un approccio antropologico al design. Il percorso mette in luce la sua ricerca costantemente focalizzata sui temi della fragilità, dell'ibridazione, della coesistenza, dell'ecologia e della contaminazione tra discipline diverse. L'allestimento di notevole impatto visivo - è una sfida alla gravità e alla staticità: Ito ha creato un'atmosfera di "porosità", termine caro a Branzi, dove i confini tra esterno e interno e tra natura e artificio, sfumano fino a scomparire. Il cuore della mostra rievoca i celebri "Open Enclosures" che Branzi presentò alla Fondation Cartier di Parigi nel 2008: ambienti che sembrano respirare, dove il paesaggio entra nell'architettura non come decorazione, ma come elemento strutturale. Branzi sosteneva che il design non dovesse rispondere a mode passeggere, ma a cicli storici lunghi, quasi geologici: in mostra troviamo la sua capacità di mescolare materiali industriali e rami raccolti nei boschi. Lo sguardo del maestro giapponese coglie l'aspetto più poetico e profondo dell'amico, evidenziando come entrambi abbiano cercato, per tutta la vita, di superare la rigidità del modernismo per approdare a un'architettura più dolce, fragile e, proprio per questo, più umana. In un'epoca dominata dall'urgenza e dal consumo rapido, questo progetto è un invito alla lentezza, alla profondità.
Inoltre, conferma quanto Triennale, nonostante le difficoltà recenti (l'istituzione è ancora in attesa di un accordo sulla nomina del presidente, essendo scaduto il mandato di Stefano Boeri), sia un punto di riferimento imprescindibile per una riflessione sul design di oggi.