Brera prova a stupire: Burri accanto a Raffaello

I sacchi di Burri, i concetti spaziali di Fontana da un lato; dall'altro le maestose pale d'altare di Piero della Francesca, i dipinti rinascimentali di Raffaello, le vedute veneziane del Canaletto o i quadri religiosi del Tintoretto. «Vogliamo una pinacoteca da vedere con occhi nuovi», commenta Sandrina Bandera, soprintendente a Brera, il museo milanese più vistato dai turisti e meno conosciuto dai lombardi. Per attirare il pubblico giovane - e forse, chissà, anche per redimere le «apparenti tensioni» con l'Accademia in merito al futuro trasferimento in altra sede della aule per le lezioni agli studenti - la Pinacoteca ha deciso di mescolare passato e presente, Rinascimento e Novecento, antico e (quasi) contemporaneo. Artefice di questa esposizione «insolita» è la stessa Bandera insieme al critico Bruno Corà che, lasciato anzitempo l'incarico di direttore del Museo d'Arte di Lugano, propone ai visitatori della pinacoteca che ha ormai compiuto duecento anni una nuova formula di visita: il percorso delle sale rimane invariato, ma davanti ad alcuni dei capolavori della collezione di Brera sono stati posti, in un dialogo che passa per associazioni e accostamenti, opere di Alberto Burri e di Lucio Fontana. È compito di semplici pannelli grigi guidare il visitatore in questo viaggio «back-forward» nell'universo della pittura: «Nelle opere d'arte esiste un elemento di soprannaturalità che trascende il tempo», spiega Corà, convinto che la lettura di opere del passato possa arricchirsi attraverso il confronto con l'arte contemporanea.
Ecco allora che ci troviamo a visitare alcune sale, come la nona, dove la splendente Pietà di Crivelli, dipinta nel 1493, dialoga con il «Rosso» di Burri del 1952 o dove il «Cellotex» ('79) di quest'ultimo sembra riproporre su tela lo sfondo scuro del cinquecentesco «Ritrovamento del corpo di San Marco» di Tintoretto. Il «Sacco e Rosso» di Burri pare della stessa intensità della Pietà di Lorenzo Lotto così come un concetto spaziale di Fontana possiede un fondo rosa che pare intinto nel pennello che ha dipinto il vestito di Sant'Elena dell'omonimo quadro di Tintoretto. Persino il capolavoro della Pinacoteca, «La cena di Emmaus» del Caravaggio, appena arrivata da Roma dopo il successo della mostra alle Scuderie del Quirinale, ha il suo corrispondente: è quel «Nero SC3» di Burri, che per l'oscurità e la matericità del tratto ben si accosta all'opera del Merisi.
«Burri e Fontana a Brera» (fino al 3 ottobre, catalogo Skira) presenta opere della Fondazione Palazzo Albizzini di Città di Castello dove è conservata, per espressa volontà dell'artista prima della morte, la collezione Burri e opere provenienti dalla Fondazione Lucio Fontana di Milano: inserite nel percorso di Brera, di fatto costituiscono una mostra nella mostra testimoniando come Burri e Fontana, spesso troppo semplicisticamente appaiati insieme, ebbero di fatto poetiche e stili tra loro diversi. Da un lato c'è lo spazio di Fontana e dall'altro la materia di Burri. E visto che parliamo di una mostra che gioca tutto sulla suggestione, va ricordato che «Lo sposalizio della Vergine» di Raffaello, capolavoro rinascimentale custodito a Brera, è messo a confronto, per colori e struttura compositiva, con il «Cretto» di Burri, opera ora conservata in quel Palazzo Alberizzi dove proprio Raffaello Sanzio, cinquecento anni fa, fu ospitato per dipingere il suo celeberrimo dipinto.

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