Il British Council al Pac: lezioni di mecenatismo

Si apre oggi in via Palestro la mostra curata da Craig-Martin che offre il meglio della collezione dell’istituto d’Oltremanica. L'evento in occasione dei 75 anni dell'Istituto, presente a Milano in via Manzoni

Il British Council al Pac: lezioni di mecenatismo

Milano - Ha comprato le sculture di Henri Moore quando le tondeggianti creazioni dell'artista non presiedevano gli ingressi di edifici importanti a tutte le latitudini. Ha acquistato un dipinto di Lucian Freud («Girl with rose», iper-realistico ritratto della moglie firmato dal nipote di Sigmund Freud) per 157 sterline e oggi vale, solo di assicurazione, 15 milioni di euro. Ha creduto al genio visionario di Anish Kapoor prima che l'artista anglo-indiano diventasse una star del mondo dell'arte. Ha investito 8.500 sterline per un quadro a pois di Damien Hirst, noto al grande pubblico per le discusse sculture di animali imbalsamati in formaldeide e ancora di più per le quotazioni da capogiro raggiunte dalle sue opere. Ha creduto nel talento di Eduardo Paolozzi, gallese figlio di genitori italiani, che negli anni Sessanta giocava con i colori e le frivolezze della cultura pop. Ancora oggi, dopo 75 anni di collezionismo, continua ad acquistare dalle sei alle dodici opere l'anno di giovani artisti britannici, con un occhio al talento e un altro al portafogli. Il mecenate di cui stiamo parlando è il British Council e una mostra ora al Pac ne celebra la lungimiranza: «Passports. In viaggio con l'arte» (fino al 13 settembre, in via Palestro, ingresso: 5 euro, catalogo Silvana editoriale) presenta a Milano il meglio della collezione d'arte contemporanea inglese dell'ente. Curata da Michael Craig-Martin, la mostra al Pac esibisce per la prima volta all'estero una cospicua selezione del patrimonio artistico del British Council (circa 8mila opere) dopo la recente esposizione alla rinnovata Whitecapel di Londra, voluta per celebrare il compleanno dell'ente. Se è vero che il British Council è noto per l'insegnamento del cosiddetto Oxford English, pochi sanno quanto l'istituto abbia sostenuto l'arte contemporanea inglese attraverso un sano mecenatismo fatto di sovvenzioni alle scuole d'arte inglese e all'acquisizione delle opere prime dei più promettenti. Risultato? Una collezione di tutto rispetto, con artisti oggi quotatissimi e di indubbio pregio, che continuamente si smembra lungo i cinque continenti per realizzare mostre nelle diverse sedi del British Council, allo scopo di promuovere l'arte britannica («Cool Britannia», verrebbe da dire parafrasando l'ex premier Tony Blair) all'estero. Ecco spiegato il passaporto del titolo: ogni opera, oltre a titolo e nome dell'autore, presenta la sua (sovente lunga) storia espositiva in giro per il mondo, senza trascurare il costo d'acquisto, visto che si tratta di soldi pubblici. Anticipando con competenza il mercato, anziché seguirlo con il fiato corto secondo italici costumi, negli anni il British Council si è «regalato» una collezione poco onerosa, ma raffinata. Voluta dall'assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory nell'ambito di accordi culturali con altri paesi (oggi a Tel Aviv si discuterà dell'organizzazione di una mostra di video-installazioni, da ospitare a Palazzo Dugnani), l’evento al Pac offre un viaggio nella migliore Brit-art degli ultimi cinquant'anni: da Henri Moore ai quadri di Peter Doig, da Anish Kapoor a Tony Cragg, passando per gli irriverenti scatti della femminista Sarah Lucas, per gli ironici quadri di Gilbert&George e per la scultura di Anya Gallaccio, che in «Preserve Beauty» mette sotto una teca cinquecento gerbere rosse, pronte a seccarsi entro la fine della mostra. Ricordandoci così che la bellezza è un po' come l'arte contemporanea: sfuggente e misteriosa.

Immagine strip mobile Immagine strip desktop e tablet

Commenti