Quel «buon diavolo» nell'inferno dell'Urss

Felice Modica

Tecnicamente sarebbe un semidio. Facendo ricorso a un linguaggio politicamente scorretto, un bastardo, ovvero il frutto dell'incrocio non tra razze, ma addirittura tra specie diverse: padre demone e madre contadina terrestre. Si parla di Danilov, demone a contratto, una specie di «co.co.co» dei «nove livelli», il leviatano ultraburocratizzato in cui Vladimir Orlov, strizzando l'occhiolino a Dante e, ancor più a Bulgakov de Il Maestro e Margherita, colloca l'infernale dimensione ultraterrena. Danilov, il violista è il titolo del grande romanzo di questo autore russo scomparso nel 2014 e solo adesso opportunamente pubblicato in Italia (Carbonio Editore, traduzione di Daniela Liberti). Opera ispirata al realismo russo, con divertenti incursioni nel fantasy che, nel 1980, rese famoso Orlov, segnalandolo anche per il suo coraggio, vista la critica niente affatto larvata che esprime nei confronti del regime sovietico.

Poiché il mondo, si sa, è dei bastardi, Danilov vi si trova così bene da preferire la vita terrestre ai superpoteri demoniaci. Ama, ricambiato, le donne e in particolare Natasha; prova compassione, empatia, sentimenti di amicizia; insomma, è un «buon diavolo» per gli uomini e un pessimo elemento dal punto di vista dei demoni. Se, per un certo periodo, riesce ad ingannare i pezzi grossi dell'aldilà districandosi tra le maglie della burocrazia e fingendo che le sue buone azioni abbiano reconditi scopi malvagi, dovrà alla fine rendere conto e subire un processo che potrebbe annientarlo. Divertente la strategia difensiva. Quando lo accusano di aver aiutato le vecchiette ad attraversare la strada, risponde - facendo breccia nell'uditorio - che «mantenere in vita il più a lungo possibile le persone anziane, grava sulle famiglie e contribuisce a distruggerle». Dal che potrebbe desumersi dove l'Inps formi i suoi quadri...

Danilov è un musicista. Suona la viola in modo non convenzionale, ispirandosi alla musica dodecafonica e alla scrittura bustrofedica, cioè senza fissa direzione ma ricordando i solchi tracciati dall'aratro in un campo. Insomma è un individualista controcorrente. Le quasi 500 pagine della sua storia sono costellate di gesti anarcoidi antiregime, che gli vengono spontanei. Mettendo in ridicolo il gigantesco apparato burocratico sovietico che all'epoca sembrava invincibile ma che, appena nove anni dopo l'uscita del romanzo, nel 1989, sarebbe collassato su stesso.

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