La scuola media: tre anni da dimenticare

Per la burocrazia è la scuola secondaria di primo grado. Ed è praticamente la stessa dal 1962. L'età si nota: le statistiche dicono che è il punto debole del sistema educativo italiano. Ma ricostruirla da zero, dicono gli esperti, non servirebbe.
Bisogna prima intervenire su didattica e docenti

La scuola media: tre anni da dimenticare

Che qualcosa non sia andato per il verso giusto lo si capisce già dal nome: sulla carta (e da anni) sarebbe la «scuola secondaria di primo grado», ma per tutti è rimasta la scuola media, le vecchie medie. Vecchie perché, seppure con qualche aggiustamento, sono così come sono dal 1962. Vecchie, perché se da una parte non hanno più il compito per cui erano state istituite, e cioè di portare gli italiani a un livello appunto medio di cultura innalzando l'obbligo scolastico a 14 anni, dall'altra hanno perso anche la, anzi «le» funzioni che dovrebbero avere: non consolidano gli apprendimenti delle elementari e non orientano per il futuro. Quindi la domanda è: che missione hanno, oggi, le medie? La Fondazione Agnelli se lo era già chiesto 10 anni fa e, con un corposo report pubblicato allora da Laterza, aveva evidenziato che i bambini uscivano ben preparati dalla 5a elementare con competenze logico matematiche superiori alla media Ocse ma alle medie, anno dopo anno, perdevano colpi fino a concludere il ciclo con un forte gap di svantaggio rispetto ai coetanei degli altri Paesi avanzati. Quei ragazzi oggi sono diventati uomini e donne che hanno già finito l'università o lavorano, ma tra i banchi delle medie i problemi non solo non sono stati risolti, ma restano esattamente gli stessi. Gli studenti imparano poco (quindi sempre meno), vivono male in classe e non vengono aiutati a capire il loro talento con professori sempre più anziani che, per lo più, scelgono l'insegnamento come mestiere di ripiego. Questa volta il report della Fondazione Agnelli non è un libro ma è on line (https://scuolamedia.fondazioneagnelli.it/) per essere alla portata di tutti e tentare di smuovere un cambiamento che, se era necessario nel 2011, oggi è inderogabile. I dati della ricerca peraltro si riferiscono al 2019, prima del Covid che, come è stato ampiamente accertato, ha ulteriormente peggiorato la situazione. Cosa e come cambiare? La Fondazione Agnelli conclude con una serie di proposte concrete: laurea magistrale per l'insegnamento, lezioni innovative, maggiore attenzione all'orientamento e tempo prolungato per ampliare l'offerta a materie opzionali. Basti pensare che l'Italia è forse l'unico Paese, tra quelli avanzati, dove in 13 anni di scuola i ragazzi non scelgono mai una materia, salvo poi piombare in un mondo del lavoro che richiede originalità e spirito di iniziativa mai allenato prima. Intanto qualcosa entro il 2022 dovrà smuoversi. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede 20 miliardi di euro per la scuola. E le riforme sono la condizione necessaria per l'erogazione dei fondi.

IL DECLINO DEGLI APPRENDIMENTI

Il punto di partenza è oggettivo: dopo le elementari, soprattutto in matematica e in scienze, la scuola media «frena» l'acquisizione di nuove competenze da parte degli studenti, che perdono terreno rispetto ai coetanei di altri Paesi. Se infatti in quarta primaria sono sempre al di sopra della media, in terza media scendono sempre al di sotto. Dietro Inghilterra, Stati Uniti, Svezia, Australia. Non si tratta solo di un calo di competenze, ma anche di un calo nell'apprezzamento della matematica e, quindi, nella percezione della propria abilità: non mi riesce-non sono bravo-non mi piace. Per approdare poi sui banchi del liceo (o non volerci arrivare affatto) con la sensazione di essere inadeguato.

Il rischio? «Non è solo quello di non fornire una serie di competenze di base - spiega Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli -. Ma sappiamo che se non si fa bene il primo gradino, sarà difficile salire gli altri gradini successivi. E le scelte saranno fatte in maniera sbagliata. Se guardiamo anche alle Invalsi al termine della scuola, quasi uno studente su due, il 40 per cento, non raggiunge un livello adeguato di competenze: si è fatto 13 anni di scuola, ma ha imparato poco. Se c'è un segno di fallimento è quello. È andato a scuola, ma dietro non ha competenze. L'abbandono è soprattutto questo». E in questo, le differenze sono sempre più forti. Se al termine della primaria gli allievi da nord a sud fanno registrare risultati simili, dopo i tre anni di scuola media il Sud e le isole restano indietro: 17 punti in meno per Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e 27 punti in meno per Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia. Punti che si traducono in anni persi e, come spiega Barbara Romano, che ha curato l'indagine «chi esce svantaggiato non recupera». «Le disuguaglianze dovute all'origine socio-culturale, misurate in base al titolo di studio dei genitori ha spiegato -, oggi rispetto a 10 anni fa sono ben visibili già alla scuola primaria, con una differenza in media di 26 punti tra uno studente figlio di laureati e uno studente i cui genitori hanno la licenza elementare. Ma poi deflagrano alla scuola media, arrivando fino a 46 punti, che equivalgono, alla fine del ciclo, a una differenza di quasi tre anni di scuola». Questo porta a scegliere obiettivi limitati e a impegnarsi meno per raggiungerli. È il cosiddetto sticky floor (pavimento appiccicoso), che impedisce alle nuove generazioni di salire nella scala sociale rispetto alla generazione precedente. «Non è un problema del singolo - fa notare la Romano -, viene meno un capitale collettivo». Cioè, in gioco non c'è la matematica ma il futuro del nostro Paese.

Cala l'apprendimento, ma quello che va in picchiata è la motivazione, mentre crescono malessere e stress. Il rapporto ha «misurato» che già a 11 anni in prima media il gradimento per la scuola è particolarmente basso: l'Italia è quintultima a livello internazionale, con soltanto il 23% delle femmine e il 15% dei maschi che dichiara che «andare a scuola piace loro molto», contro il 43% e 35% della media. A 13 anni la percentuale cala moltissimo, soprattutto per le femmine che precipitano all'8%, mentre i maschi scendono al 10%. In prima media 4 su 10 dicono di essere già stressati. In terza, sono diventati quasi 7 su 10 e sono soprattutto le ragazze. Le medie sono anche questo. Durano pochissimo ma sono lo snodo cruciale (buco nero?) nella vita di un adolescente. Non solo dal punto di vista degli apprendimenti. Non fanno in tempo a iniziare la prima media e capire che non si può più studiare come si faceva alle elementari che già è il momento di scegliere se andare al liceo o meno. Nel frattempo, in una manciata di mesi, lo sviluppo fisico e psicologico è esponenziale. Sono entrati bambini, escono (quasi) uomini e donne. Ma 1 su 4 non ha per niente le idee chiare su cosa fare dopo. Non solo. Negli ultimi 15 anni le neuroscienze ci hanno aiutato a capire meglio come il cervello degli adolescenti si sviluppa e come evolvono le loro capacità cognitive, emotive e relazionali. «Tenere conto di queste scoperte è importante per migliorare la qualità dell'insegnamento», sottolineano alla Fondazione. D'altronde, come si chiedeva qualche settimana fa il professore Alessandro D'Avenia, nella lotta al Covid continuiamo a ripetere «ce lo dice la scienza», ma come mai la scienza ci dice tante cose che a scuola non usiamo?

IL NODO INSEGNANTI

La ricerca ha evidenziato che dopo 10 anni anche su questo niente è cambiato. Anzi, la distanza tra chi sta da una parte e chi dall'altra della cattedrale è aumentata. L'età media dei prof era poco più di 52 anni nel 2011, ora è poco più bassa. Un docente su 6 ha dai 60 anni in su, appena 1 su 100 sale in cattedra prima dei 30 anni. E mentre 8 docenti su 10 si sentono ben preparati nei contenuti disciplinari, solo 4 su 10 si sentono adeguati nella didattica della propria materia e nella pratica d'aula. Sanno di sapere, ma non sono troppo convinti di saper insegnare ai ragazzi. Però, soltanto l'11% pensa di avere bisogno di ulteriore formazione didattica. L'insegnamento risulta essere, in molti casi, una scelta di ripiego. Coloro che hanno risultati accademici migliori e ambizioni di progressione di carriera, non pensano all'insegnamento. «Anche lo scorso anno in tutto il sistema i supplenti sono stati circa 200mila, che hanno affiancato gli 800mila insegnanti, per uno anno o appena uno spezzone di anno. Vanno cambiati i criteri di assunzione per garantire che i migliori laureati entrino a scuola, cosa che oggi non succede», dice Gavosto. Ma non basta. «Oltre a essere competenti nella disciplina devono avere avuto una formazione specifica su come si insegna. L'idea che conoscere una materia significa anche saperla insegnare è sbagliata». Un qualunque laureato può iniziare a insegnare avendo fatto pochissime ore di tirocinio: è un'anomalia rispetto a tutti gli altri Paesi dove una parte della formazione è dedicata ad acquisire esperienza nella gestione della classe, nel creare il clima, nell'insegnare.

«Pensiamo che oggi per la scuola ci sia una sola priorità, che riassume tutte le altre: fare crescere gli apprendimenti dei ragazzi ha concluso Gavosto -. Il riscatto degli apprendimenti è fondamentale nella scuola media, dove esplodono divari e disuguaglianze. Le politiche di cui si parla nel Pnrr vanno per forza declinate nel grado scolastico più in difficoltà. In particolare, l'orientamento, la formazione e il reclutamento dei docenti, la didattica, proprio le aree di intervento che abbiamo indicato». Non sembra invece necessaria, in questa fase, una ristrutturazione dei cicli che porti al superamento della media. Anche se prima o poi dovrà esserci una convergenza a livello europeo «e se c'è una convergenza sarà più sul modello scandinavo, con un ciclo unico di 8 anni», ipotizza Gavosto. Se ne è parlato spesso, ma alla Fondazione Agnelli sono convinti che «la riorganizzazione non possa da sola portare a benefici significativi, senza un intervento sulla qualità della didattica e dei docenti».

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