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Buttafuoco vola molto alto e sgancia qualche bomba

Il presidente inaugura ufficialmente l'esposizione. Discorso profondo ma anche capace di graffiare

Buttafuoco vola molto alto e sgancia qualche bomba

da Venezia

Pioggia battente e fastidiosa, ieri in Laguna. Eppure, all'apertura dei cancelli della Biennale, si sono registrate code così lunghe che non si vedevano da anni. Merito dell'interesse che la manifestazione suscita, quest'anno più che mai con 4mila giornalisti accreditati da tutto il mondo (siamo ancora nella fase addetti ai lavori, il grande pubblico potrà accedere alla mostra internazionale e ai 100 Padiglioni Nazionali solo da sabato).

A proposito di Padiglioni: le Pussy Riot hanno fatto irruzione in Biennale. Al grido "disobbedire, disobbedire" e sventolando la bandiera gialloblù ucraina, il collettivo femminista radicale, insieme a rappresentanti del gruppo Femen, ha protestato, cappuccio rosa in testa e seno al vento, davanti al Padiglione di Mosca: mezz'oretta di tafferugli e fumogeni con le forze dell'ordine e poi ritorno alla normalità. Dentro, nel Padiglione, c'era anche l'ambasciatore russo in Italia, Alexey Paramonov, che su Facebook, riferendosi al clima generale, ha scritto della "morbosa e irragionevole ossessione dell'Ue di colpire la cultura russa con sanzioni e restrizioni di ogni genere". Nel frattempo, non troppo distante, Tetiana Berezhna, ministra della Cultura ucraina, ha stigmatizzato, con il plauso dei colleghi ministri della Polonia, della Lituania e dell'Estonia, l'uso strumentale dell'arte, accusando la Russia di usare la cultura "per ripulirsi" dalle macchie della guerra. Passano un paio d'ore dal blitz delle Pussy Riot e circa duecento persone di Art Non Genocide Alliance si radunano intorno alla Sala d'Armi dell'Arsenale e poi proseguono in corteo davanti al Padiglione di Israele (che all'Arsenale temporaneamente si è trasferito: quello "storico" ai Giardini è in ristrutturazione e, coincidenze, sarebbe stato non troppo distante da quello russo). È così che va a questo giro di Biennale, "stra-ordinaria" per tanti versi. Lo raccontano anche i volti un po' tirati dei curatori Rory Tsapayi, Siddhartha Mitter, Marie Hélène Pereira, Gabe Beckhurst Feijoo e Rasha Salti che hanno portato avanti la mostra In Minor Keys di Koyo Kouoh dopo la sua morte, avvenuta un anno fa, e che hanno chiesto a tutti di concentrarsi su quella "tonalità minore" (più sussurrata e intima) che sarebbe tanto necessaria. È a questo punto, con la pioggia scrosciante fuori, i fumogeni, le critiche a mezzo stampa da parte del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ("alla Biennale un pasticcio inutile"), che entra in scena il presidente Pietrangelo Buttafuoco. Non è un modo di dire: siamo alla tradizionale conferenza stampa di inizio Biennale, sul palco del Teatro Piccolo dell'Arsenale. Ottavia Piccolo ha da poco letto i versi tratti dai Canti Pisani (Canto 81, per la precisione) di Ezra Pound ("Strappa la vanità" ritorna più volte) e l'aria si taglia col coltello. Buttafuoco si prende la scena: prima fa un lungo elenco di ringraziamenti che comincia così: "Grazie al Ministero della Cultura, nella persona del Ministro Alessandro Giuli" (non era scontato, il ministro era assente) e poi getta le basi di una "difesa" dalle critiche "di queste settimane complesse".

Parte da Mattarella, Buttafuoco: cita un passaggio del discorso tenuto ai David di Donatello ("Andare avanti, avere audacia, sviluppare e realizzare in libertà i vostri progetti") in cui il Capo dello Stato indica i pilastri su cui dovrebbe poggiare il lavoro artistico e culturale. Buttafuoco prosegue citando la premier Meloni: "Se le autorità politiche fossero ridotte al rango di furerie dove, intendendosi a sbuffi, le ingerenze arrivano a piegare la solidità delle istituzioni culturali, oggi avremmo un altro esempio. Magari lo avremo domani, o dopodomani. Ma il Presidente del Consiglio ha detto: La Fondazione La Biennale di Venezia è autonoma. Ha fatto la doverosa premessa: Non sono d'accordo, ma. Ed è proprio quel ma che, da par suo ha confermato, sgargiante e definitiva, la libertà e l'autonomia". Il pubblico applaude (lo farà anche altre volte e alla fine, per tre minuti).

Il discorso procede per metafora: quella, ben nota, del dito che indica la luna. "Il rischio è sempre quello di fermarsi al dito: alle polemiche, alle appartenenze, alle pressioni, ai singoli casi. E, in tutto questo, smarrire la luna" che per Buttafuoco è il mondo così com'è oggi, al tempo della "guerra globale". Un mondo dice che nella sua tragicità ha bussato alle porte di tutti, incluse quelle di Ca' Giustinian: il tono della voce è fermo ma la tensione si avverte quando ripercorre "discussioni accese, richieste di esclusione, prese di posizione che spesso hanno preceduto l'ascolto". Parla anche senza troppi mezzi termini di "laboratorio di intolleranza" attorno alla Biennale, con gli elenchi "di chi deve esserci e di chi no, di chi rappresenta cosa e di quale colpa porti con sé".

Il nodo dice Buttafuoco sta qui: "chiudere a qualcuno significa rendere più fragile l'apertura verso altri. Se la Biennale cominciasse a selezionare non le opere, ma le appartenenze; non le visioni, ma i passaporti, smetterebbe di essere ciò che è sempre stata: il luogo dove il mondo si incontra". Difende poi nello specifico questa Biennale cioè la Mostra internazionale ideata da Kouoh come un progetto "consapevole della fragilità del presente". E poi fa un nuovo affondo, con esplicito riferimento al botta-risposta con il ministro Giuli, l'invio degli ispettori e tutte le varie ed eventuali di cui da settimane vi stiamo raccontando: "Qui dice Buttafuoco l'unico veto è l'esclusione preventiva. Mi preoccupa, e ci preoccupa, una particolare deriva: quella della sentenza anticipata, della censura che arriva ancora prima che qualcosa venga mostrato; delle dichiarazioni che piovono da ogni dove, costruendo un verdetto ancora prima del confronto. Questo, lo sappiamo bene, è un clima che non aiuta la comprensione, ma la irrigidisce".

Alle istituzioni pubbliche il presidente chiede "dialogo, non documenti che circolano sottobanco": perché la Fondazione non è un tribunale con imputati da far salire sul banco e processi da celebrare. Ricordandone la storia, lunga ormai 130 anni, Pietrangelo Buttafuoco definisce ciò che dovrebbe essere la Biennale: "un giardino di pace".

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