C’è un pentito della Milano nera dietro il sequestro da 27 miliardi

«Se uno nasce tondo muore tondo». Così un vecchio sbirro riassume - e meglio non si potrebbe farlo - la notizia che da una manciata di giorni monopolizza le chiacchiere della malavita milanese: il ritorno agli onori delle cronache di Michel Amandini, forse il più complicato, il più imperscrutabile personaggio della storia criminale milanese degli ultimi anni. Malvivente e pentito, mafioso e imprenditore, sequestratore e confidente dei servizi segreti, amico di assassini e di teste coronate. Uno che quando scelse di collaborare con il pm Alberto Nobili, gli raccontò storie che sembravano gialli di Le Carré. E che anche nel suo ritorno alle cronache non si smentisce: l’anno arrestato dieci giorni fa i poliziotti della Squadra Mobile di Rimini, con l’accusa di avere sequestrato un turco per farsi dare una cifra pazzesca. Ventisette miliardi di dollari. Roba da risanarci la Grecia. O quasi. E, tanto per cambiare, anche qui si parla di servizi segreti.
Amandini, nelle sbrigative cronache del suo nuovo arresto, viene definito a volte come «boss mafioso», a volte come «gestore di clan». Niente di più sbagliato. Perchè Amandini (nato 64 anni fa a Deder, in Etiopia, a suo dire da una principessa: ma anche questo può essere uno dei suoi tanti raggiri) non è mai stato organico a nessuna banda. Lui è uno di quelli che stanno ai margini, che conoscono tutti, che hanno sempre per le mani un affare fantasmagorico. Cominciò al fianco di Francis Turatello, il leader più carismatico della Milano nera tra i Settanta e gli Ottanta, e da allora lo si ritrova in tutti i capitoli più bui nell’evoluzione della «mala»: dai sequestri di persona ai traffici di droga. Ma sempre un passo indietro, defilato eppure in posizione chiave. É Amandini, per fare un esempio, a gestire al telefono le trattative con le famiglie degli ostaggi dell’Anonima, delicato mix di terrore e di speranza.
Quando Saverio Morabito, il «manager calibro 9» della ’ndrangheta milanese, scelse di pentirsi, fece ai giudici anche il suo nome. Amandini finì in galera, ci pensò un pochino, poi si pentì anche lui. Raccontò cose mirabolanti. La più appassionante: un viaggio in Libia nel 1980 - lui, Morabito, e il padrino Frank Coppola - per trattare con i servizi segreti libici la eliminazione fisica di cinque dissidenti del regime sparsi qua e là per l’Europa. Ma Jalloud, il numero due di Gheddafi, offriva solo un milione di dollari, e l’affare svanì.
E adesso ci risiamo, stesso clima di spy story con retrogusto di zanzata, ovvero di truffa. A Rimini viene prelevato tale Sakli Adnan, un turco che vive dimessamente ospite di amici, ma è in grado di smuovere 27 miliardi di euro. Un gruppo lo sequestra, lo costringe ad andare fino a Roma a firmare la procura presso un notaio per svincolare la somma, ma vengono tutti arrestati. Compreso Amandini, accusato di avere preparato la prigione dalle parti di Siena. Sequestro molto strano: perché uno dei rapitori, Raul Di Bernardo, è una vecchia conoscenza del rapito; e perché il rapito non fa assolutamente nulla per fuggire. Ma la cosa più incredibile è che pare che i 27 miliardi esistano davvero. Tanto che qualcuno avanza una ipotesi alternativa: che il turco gestisse i soldi per i servizi segreti americani, che avesse deciso di farli sparire mettendo in scena il proprio finto sequestro, e che poi la cosa sia precipitata. Vero o falso? Di certo, in questo gioco di specchi, uno come Michel Amandini non poteva mancare.

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