In questa strana guerra chi potrebbe perdere di più non è una delle due parti in campo ma chi non lo è. Parlo dell'Europa che con il petrolio valutato oltre i 100 dollari a barile (per non parlare del gas) rischia di essere estremamente penalizzata dal conflitto. Gli Stati Uniti, infatti, essendo il maggior produttore di oro nero del mondo addirittura potrebbero guadagnarci da questo rialzo alle stelle. Certo anche in America è aumentata la benzina per le speculazioni delle grandi compagnie petrolifere a stelle e strisce, ma alla fine facendo i conti tra chi perde e chi guadagna il bilancio d'oltreoceano è sicuramente positivo. È stato lo stesso Trump ad ammetterlo candidamente con la faccia tosta che lo contraddistingue: "Faremo un sacco di soldi". Ragion per cui quando si faranno i conti della guerra saranno molto più in rosso quelli del vecchio Continente che non quelli americani. Siamo noi europei a pagare la guerra di Trump e di Netanyahu di tasca nostra.
Eppure malgrado l'Unione sia stata tirato in ballo in un conflitto che non ha voluto e neppure condiviso all'inquilino della Casa Bianca non è neppure venuto in mente di dare una mano sul piano energetico agli alleati europei legati agli Usa, a quanto pare, da una parentela sempre più sbiadita. Poteva - dato il guaio in cui ci ha ficcato - abbassare il costo del petrolio americano per i cugini atlantici oppure rivedere la politica dei dazi. O almeno inventarsi qualcosa per risarcirci un minimo. Invece niente. L'unico favore lo ha fatto a Vladimir Putin permettendo alla Russia di vendere tutto l'oro nero a cui sta tentando di trovare disperatamente una destinazione. Una decisione che allenta le sanzioni e mette Kiev in ambasce.
Dico questo perché sull'altro versante, quello delle autocrazie, i rapporti sono diversi, intercorre una maggiore solidarietà. L'Iran permette il passaggio nel golfo di Hormuz alle petroliere che vanno in Cina e addirittura pretende che i costi siano pagati in yuan. I russi - e sotto sotto anche i cinesi - stanno assicurando agli iraniani un appoggio militare uguale a quello che Teheran ha assicurato in questi quattro anni a Mosca. Da quelle parti, insomma, le alleanze non vengono decantate, non abbonda la retorica come in Occidente ma la fratellanza tra regimi è concreta e l'idea del presidente dal ciuffo adamantino di dividere Vladimir da Xi e Xi dagli ayatollah si rivela puntualmente un'illusione.
Insomma, sono più legate da vincoli di solidarietà le autocrazie invece che le tanto decantate democrazie. Da noi abbondano le parole, invece al di là dell'immaginario muro che divide i due campi del nuovo Ordine mondiale parlano i fatti. I regimi si sostengono più dei cantori della libertà. E addirittura alcuni dei profeti del nostro campo flirtano con il campo avverso ma più di convertire l'interlocutore rischiano di essere loro a cambiare religione (vedi Trump con Putin).
Su queste basi la riflessione è tragica. È proprio l'assenza di solidarietà tra le democrazie che colpisce. L'egoismo che al momento ne caratterizza i rapporti. E la fotografia che ne scaturisce - purtroppo - è quella di un'Europa fragile, divisa e inerme. Siamo diventati la patria del sogno tradito, l'unico lembo del globo dove valori come libertà, democrazia, diritto internazionale ancora contano.
Ma proprio per questo se vuoi pesare in questo mondo infame, se vuoi che quei valori sopravvivano l'Europa - o almeno quei Paesi che ancora credono nella democrazia - si debbono unire. Nei fatti (esercito comune, debito comune, superamento del diritto di veto) non solo a parole. Sempreché non desideriamo anche in futuro pagare di tasca nostra le guerre di altri.