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Champions, resta solo l'Atalanta. Cosa c'è dietro il grande flop italiano

Paradossalmente l’unica italiana ad accedere agli ottavi di Champions League è la Dea, sfavorita nell’incrocio col Borussia. Le grandi pagano gli sforzi del campionato o la troppa sufficienza?

Champions, resta solo l'Atalanta. Cosa c'è dietro il grande flop italiano

Non c’è niente da fare, da qualche anno a questa parte alle italiane basta sentire parlare di playoff per fare gli scongiuri. Dopo che il sorteggio sembrava aver consegnato a Juventus e Inter due incroci piuttosto semplici mentre l’Atalanta era chiamata all’impresa contro i tedeschi del Borussia Dortmund, ad accedere agli ottavi sono i norvegesi del Bodo/Glimt ed i turchi del Galatasaray, pieno di ex della Serie A. Due sconfitte molto diverse ed una vittoria da applausi che ha evitato l’umiliazione di non avere neanche un’italiana tra le migliori sedici squadre europee. Un esito inferiore alle aspettative ma che non è una condanna senza appello al calcio italiano. Vediamo, quindi, di capire quali sono le ragioni di questo flop sorprendente delle grandi della Serie A in Champions.

Inter, una fragilità imbarazzante

Il più dieci in campionato sembrava offrire un’opportunità impossibile da mancare per la capolista della Serie A in quello che, alla vigilia, era sembrato un playoff ampiamente alla portata dell’Inter. Il fatto che i giovani terribili del Bodo/Glimt, inclusa la meteora rossonera Hauge, avessero battuto in rapida successione Atletico Madrid e Manchester City era sembrato un caso e qui, forse, è stato il primo errore dell’undici di Chivu all’approccio del doppio incrocio coi norvegesi. La sconfitta all’andata era stata attribuita al gran freddo, all’infido terreno sintetico e ad una serata storta. “Vedrete che a San Siro sarà tutto diverso”, dicevano tutti. L’Inter, invece, si è incartata contro una squadra molto atletica ma anche ben messa in campo e dotata di un orgoglio e di una voglia a prova di bomba. I nerazzurri, ancora una volta, escono dal campo con le ossa rotte quando la posta in palio è importante: finora gli stop erano arrivati con le grandi, stavolta si esce con una squadra onestissima ma molto inferiore in quanto a tecnica ed esperienza internazionale.

L’Inter ai playoff non ci sarebbe mai dovuta andare, specialmente dopo esser partita così forte nel girone unico: va bene il rigore al 90’ col Liverpool ma contro Atletico Madrid ed Arsenal si poteva fare di più. Quando il gioco si fa duro, l’Inter sbaglia troppo, mostrando dei limiti caratteriali molto preoccupanti. La fortuna non ha aiutato, visto i due pali in Norvegia e le molte occasioni create nel primo tempo al Meazza ma il Bodo/Glimt ha saputo stringere i denti e colpire in ripartenza, la tattica che ha portato tanta fortuna proprio ai nerazzurri. Cercare alibi, come fatto da Barella alla vigilia, è controproducente: l’Inter ha sottovalutato l’impegno e, quando il piano partita si è complicato, ha attaccato senza fantasia e verve. Non è una questione di talento ma di testa e di carattere. Uscire ai playoff da vice-campione d’Europa non è solo un disastro dal punto di vista finanziario ma pone un problema ben più serio. Senza affrontare quelle fragilità psicologiche che, specialmente senza Lautaro in campo, fanno fallire gli appuntamenti chiave, questa Inter difficilmente avrà un futuro.

Atalanta, la forza delle convinzioni

Quando il sorteggio aveva messo di fronte alla Dea il Borussia Dortmund, molti non avrebbero mai scommesso sull’undici di Palladino. Lo 0-2 al Westfalenstadion sembrava confermare i timori di molti, da sempre scettici sull’ex tecnico viola. Il fatto è che, oggi come ieri, l’Atalanta, quando sente aria d’Europa, si trasforma. Due gol da recuperare senza due pilastri come De Ketelaere e Raspadori? Se si gioca da Atalanta si può fare. I tedeschi hanno sbagliato parecchio ma c’è voluta una prova maiuscola di Hien e Carnesecchi per limitare i danni. I bergamaschi non avevano mai rimontato un doppio svantaggio in Europa ma sono scesi in campo carichi al punto giusto e pronti a gettare il cuore oltre l’ostacolo. Alla fine l’impresa sulla quale nessuno avrebbe scommesso è arrivata e la Dea torna a fare la voce grossa in Europa, unica italiana agli ottavi. C’è chi dirà che è un caso ma, evidentemente, non ha visto il lavoro fatto da Palladino a Zingonia. Senza grandi proclami ma tanta determinazione, è riuscito a recuperare una serie di talenti dati per persi da molti.

Quello Zalewski ceduto senza pensarci troppo dall’Inter ha fatto il diavolo a quattro sulla fascia, formando con Bernasconi un asse devastante. Sono proprio loro ad apparecchiare la rete di Scamacca, agevolata anche dall’errore di Bensebaini. A fine primo tempo è Zappacosta, un altro dato per finito troppo presto, ad approfittare dell’errore di Kobel e riportare in parità l’Atalanta. Pasalic è incostante ma nelle partite chiave c’è sempre: è lui a segnare la rete del 3-0. Il nuovo entrato Adeyemi riporta tutto in parità con un gran sinistro a giro ma la Dea non molla, spreca pure qualcosa prima di chiudere i conti al 98’ con un rigore sacrosanto. Chi lo trasforma? Samardzic, talento ondivago dato per disperso e ritrovato alla corte di Palladino. Venerdì sapremo se l’ottavo da incubo sarà contro Arsenal o Bayern Monaco. Sulla carta sono loro le favorite ma la Dea se la giocherà comunque, senza tatticismi, con grinta e determinazione. Vada come vada, l’Atalanta giocherà da Atalanta. Forse il segreto per andare avanti in Europa è proprio questo. Complimenti e buona fortuna.

Juventus, c’è modo e modo di uscire

Giocarsi un’intera stagione in una sola partita non sarebbe mai stato semplice. Farlo in un momento complicato, dopo una serie di umiliazioni pesanti, dalla manita ad Istanbul alla prova vergognosa con il Como, era ancora più difficile, anche se si giocava tra le mura amiche. La Juventus è scesa in campo con l’atteggiamento giusto e la voglia di vendicare quel disgraziato secondo tempo all’Ali Sami Yen, riuscendo a ridimensionare il Galatasaray, che allo Stadium è apparso lontanissimo parente di quello visto da Istanbul. I giocatori bianconeri, sostenuti dal tifo scatenato dei tifosi, hanno dato il 100%, mostrando una mentalità e un coraggio inaspettati dopo le tante sconfitte degli ultimi giorni. Il febbraio da incubo della Vecchia Signora si chiude con una prestazione ben sopra le righe ed un miracolo nel quale ben pochi osavano sperare. Trattasi di miracolo perché la Juventus è stata ancora tradita da un arbitro non all’altezza, che ha espulso Kelly per un contatto sfortunato mentre i tanti falli di Lucas Torreira e altri sono stati ignorati sistematicamente.

Quando il Galatasaray si aspettava di vedere la Juve squagliarsi come dopo l’espulsione di Cabal a Istanbul, i bianconeri giocano con una cattiveria assoluta, riuscendo, di riffa o di raffa, a segnare le reti necessarie per trascinare i turchi ai supplementari. Una Juventus che ha dato tutto e che si è guadagnata gli applausi a scena aperta di una tifoseria imbufalita dopo il tracollo col Como non è, però, riuscita a regalare un passaggio di turno memorabile al popolo bianconero. Come mai? Perché le seconde linee non sono da Juventus. L’errore inaudito di Zhegrova che ha cestinato la rete del 4-0 grida vendetta al cielo ma anche le palle perse da Boga, gli errori di Adzic mentre Openda ha poche colpe, visto che è entrato quando la partita era già andata.

I rimpianti sono legati al fatto che un centravanti vero come Osimhen sia stato in grado di convertire nella rete decisiva l’unica palla buona. La delusione è tanta ma non mancano segnali positivi: il carattere è da Juve, sul resto Spalletti saprà lavorare. Quella grinta, però, va mostrata anche domenica con la Roma.

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