In una tarda estate del 1990, mentre il sole si abbassa sul mare di Sardegna come una moneta d’oro che scivola nell’acqua, arriva a Cagliari un uomo dal passo lieve e dallo sguardo soltanto in apparenza quieto. Si chiama Enzo Francescoli, è uruguagio e sembra portare con sé non solo una valigia, ma un’idea diversa di calcio. Non corre, scivola. Non calcia, accarezza. L’Italia lo scruta con curiosità, poi con rispetto, infine con una forma silenziosa di devozione: viene dall'Olympique Marsiglia, e prima ancora dal campionato argentino, dove di recente è stato votato miglior giocatore dell'anno. Fino a qui ha mostrato numeri da campione.
Prima della breve parentesi francese - un anno appena - è stato, Francescoli, nostro signore del River Plate: 68 gol in 113 partite. Arriva in una neopromossa dopo aver conquistato due Copa América con l’Uruguay. Trequartista raffinato, mezza punta, centravanti di manovra: sa far tutto. Il corpo è longilineo. La sua tecnica un affresco pittorico rinascimentale. Ma perché dunque, uno così, ha scelto una squadra appena risalita? Lo spiega lui stesso: "Conservavo la voglia di mettermi alla prova nel 'campionato dei sogni', anche inserito in una formazione non di prima fascia. Così ho lasciato Marsiglia senza perplessità. Cambiavo vita. Andavo a lottare, stanco dei giudizi di troppa gente. Dicevano che ero discontinuo, poco potente, poco al servizio dei compagni, poco socievole, molto egoista".
A Cagliari, in una squadra che si sottrae ai riflettori, trova il luogo ideale per mostrare quel che è davvero: un calciatore che ha già pensato prima ancora che la palla gli cada addosso, che intravede tracciati luminosi dove per gli altri esiste solo un intrico confuso. I tifosi lo capisco e lo venerano appellandolo con quel soprannome regale: El Príncipe. Non solo per dominio calcistico, ma per portamento. Per quel suo modo aristocratico di trattare la palla.

La Serie A è un labirinto di difensori feroci, di tattiche ossessive, di partite che si vincono per sottrazione. Francescoli entra in questo mondo come una nota lunga in una stanza piena di rumore. Controlla il pallone con l’interno del piede come si regge un bicchiere colmo, senza far traboccare nulla. Protegge la sfera con il corpo, ruota su se stesso, alza la testa: il gioco rallenta, prende forma, acquista senso.
In tre stagioni con il Cagliari segna 17 gol in 98 partite di campionato. Numeri sobri, quasi timidi, che non esprimono quel che accade davvero. Francescoli è a tutti gli effetti un regista offensivo: indovina il passaggio filtrante che spezza due linee, il tiro a giro che sembra disegnato con il compasso, sa far salire la squadra con grazia. Un giorno, contro la Sampdoria campione d’Italia, entra in area da sinistra, salta un uomo, poi un altro, e deposita il pallone sul secondo palo con assoluta naturalezza. Un gol di una bellezza struggente, che gli vale una standing ovation. D'altronde, Francescoli non può per corredo genetico sbattere in porta palloni banali.
Con lui il Cagliari si issa fino al sesto posto, lambisce l’Europa e poi la tocca, cambia statura qualificandosi alla Coppa Uefa. Francescoli suggerisce la direzione con un dito, con un movimento del busto, con uno sguardo breve. I compagni imparano a leggerlo e lo seguono senza esitare. Nel 1993 passa al Torino. Il corpo porta già i segnali di stagioni affastellate, le ginocchia chiedono tregua, ma la mente è ancora un campo aperto. Gioca meno, segna tre gol complessivi, ma lascia anche qui una traccia sottile: la sensazione che il calcio possa essere qualcosa di più della vittoria, qualcosa che assomigli ad uno scorcio di felicità.
La sua parentesi italiana non è una conquista imperiale. È una visita d’autore. Un passaggio leggero, come quello di chi sa che la bellezza non ha bisogno di durare per essere definitiva. Francescoli attraversa la Serie A come un gentiluomo in un mondo armato: senza alzare la voce, senza sporcarsi le mani, lasciando dietro di sé l’impressione che, per qualche stagione, il pallone abbia avuto un’anima visibile.
E quando se ne va, tornando al River Plate nel 1994, di
lui resta un’eredità che ancora irrora di speranza. L'idea che il calcio possa ancora essere un gesto elegante. Una frase scritta bene. Un principe senza regno, ma con sudditi ovunque ci sia qualcuno disposto a ricordare.